Intervista a Marco Martani

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(c) Cecilia Lavopa

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Marco Martani (Spoleto, 1968) è uno dei fondatori della casa di produzione cinematografica e televisiva Wildside che ha prodotto L’amica geniale e The Young Pope. Ha firmato oltre cinquanta sceneggiature per il piccolo e il grande schermo, vincendo importanti premi internazionali.
Ha pubblicato con Dea Planeta il suo primo romanzo thriller, intitolato “Come un padre” e noi lo abbiamo incontrato per saperne di più.

1.Benvenuto, Marco. Ho letto la tua biografia lunghissima, difficile parlare del tuo background. Cosa vuoi che sappiano i lettori di te?
M.: Che anche se uno fa successo con le commedie, non vuol dire che uno possa essere un commediante nella vita e fare solo quello. Scrivendo commedie, ho trovato una formula che mi permetteva di avere successo e creare progetti cinematografici di successo, però io sono sempre stato un lettore di Breston Ellis, di James Ellroy, di Derek Raymond. Scrittori della mia adolescenza che mi hanno aperto un mondo. Quindi anche mentre scrivevo commedie, dentro di me c’era sempre il lato nero che cresceva parallelo. Non a caso, l’unico film che ho diretto è stato un noir (Cemento armato, 2007 – dalla sceneggiatura, Sandrone Dazieri ha tratto l’omonimo romanzo).
Per essere un film di oltre dieci anni fa, forse era troppo in anticipo con i tempi.

2. E’ più difficile far ridere o fare paura?
M.: In generale, la cosa più difficile di tutte, è il comico tout court. Secondo me è difficile tutto quello che comporta una conoscenza specifica delle regole. Molti film di orrore italiani non rispettano le regole e non fanno paura, come tanti gialli o noir. Non sorprendono, non raccontano di personaggi coerenti. Magari sono belli da leggere, ma conoscendo le regole sai anche come reinterpretarle.
Altrimenti sarebbe un tentativo non riuscito.

3. Ora è uscito il tuo primo libro, “Come un padre”. Com’è nata l’idea e quanto ti ci è voluto a scriverla?
M.: L’idea nacque tanti anni fa e l’incidente scatenante fu un bisogno del mio personaggio di dover recuperare un rapporto interrotto bruscamente molti anni prima come un soggetto cinematografico, ma non riuscivo a trovare la quadra. Poi il sopravvenire di altri impegni me l’hanno fatto accantonare. Quando l’ho ripreso, ho fatto tabula rasa di tutto quello che era scrittura cinematografica, reimpostando tutto e ho capito, grazie anche alla mia agente Vicki Satlow alla quale ho inviato i primi due capitoli, mi ha riscritto il giorno dopo dicendomi: “E’ fantastico questo romanzo! Mandami gli altri capitoli!” Ma in realtà i capitoli non c’erano, perché non avevo pensato di scrivere un libro. Grazie a quel forte stimolo, dopo trent’anni di sceneggiatura ho capito che potevo concentrarmi su una nuova forma creativa che per me era inedita. Così è cominciata questa avventura e ci ho impiegato solo cinque mesi a scrivere 440 pagine. Si vede che ne avevo proprio bisogno, perché la scrittura di un romanzo è libera da tutti i vincoli che la sceneggiatura ha. E’ tutto un continuo compromesso, tra sceneggiatori, regista, attori, distributori. La scrittura ha invece un approccio zen, un modo quasi per ritrovare se stessi, una liberazione.

4. Orso, il personaggio principale del romanzo, lo avevi immaginato così sin dall’inizio o scrivendo hai voluto calcare certe caratteristiche?
M.: All’inizio è nato nella mia testa come un personaggio che aveva bisogno di un percorso di espiazione. E’ un uomo che non è una brava persona, ma ha sofferto così tanto e continuerà a soffrire durante il corso del romanzo, tanto da creare un’empatia che fa sì che il lettore soffra con lui. Ci si dimentica dell’uomo cattivo che si è spersonalizzato grazie alla scelta che ha fatto nel passato, e soffre per raggiungere un obiettivo che è quello dell’umanità che aveva dimenticato.
Mentre all’inizio pensavo che fosse un percorso di espiazione, è diventato una rinascita sentimentale, come se avesse reimparato ad amare.
Un personaggio tridimensionale non tutto di un pezzo, solo votato ad uccidere.

5. Quando scrivevi pensavi già a un personaggio cinematografico che avrebbe potuto interpretare Orso? Io, leggendolo, ho pensato a un autore non italiano: Jean Reno.
M.: Quando scrivevo, avevo due personaggi nella testa che lo hanno reso più vero: mio padre e Clint Eastwood. Intanto perché mio padre lavorava in banca – non era certamente un boss malavitoso – un uomo che per i miei primi diciotto anni, è stato uno di pochissime parole. Autoritario, intelligente, con una sua forza morale, una capacità di carriera con uno stuolo di persone che lo adorava, ma nel contempo ne era terrorizzato. Per me e mio fratello era un punto di riferimento, ma anche ci inquietava un po’.
A diciotto anni ho scoperto un uomo completamente diverso: timido, con difficoltà di relazione con i sentimenti. Queste due anime rappresentano Orso, con uno struggimento d’amore che ne fanno un personaggio completo. E Clint Eastwood perché mio padre era un amante di questo attore e mi portava a vedere i suoi film quando ero piccolo. E nella mia testa, ho avuto sempre questi due fantasmi sulle spalle.

6. Insieme a Fausto Brizzi avete creato una serie di cine-panettoni di successo. Secondo te possono esistere anche i libri-panettoni?
M.: Il cinepanettone è una fenomenologia molto complessa che si è solidificata nel tempo, un prodotto industriale in cui in realtà siamo entrati molto giovani e lo abbiamo continuato, ma esisteva già e probabilmente esisterà ancora. Oggi come oggi, l’aspetto commerciale del cinepanettone tout court, in editoria è qualcosa che si avvicina di più a quello che fanno gli youtuber adesso. Il cinema lo considero uno svago comico, mentre nella letteratura posso trovare comici tanti romanzi, ma che in realtà non lo sono.

7. Con Christian Frascella hai lavorato sulla sceneggiatura del libro “Mia sorella è una foca monaca”. Come si fa a scrivere una sceneggiatura partendo da un romanzo?
M.: Quando l’ho letto, mi è piaciuto subito. Avevo appena girato il mio primo film e ho acquistato i diritti del libro per poterne poi fare un film. Ho scritto la sceneggiatura con lui, ma era il periodo in cui abbiamo fondato la WildSide in quel momento e l’avrei dovuto girare con loro ma c’è stato un problema di tax credit, sai quelle cose che improvvisamente dal governo ti bloccano i finanziamenti? Quindi il film è stato rimandato, poi il cast non era più disponibile e alla fine non si è fatto più nulla…
Scrivere una sceneggiatura partendo da un romanzo è molto interessante, è come un lavoro di editing. Ho scritto sceneggiature su altri romanzi, fai lo stesso lavoro che poi ho scoperto che l’editor fa sul tuo romanzo: analizzi tutta la parte strutturale del romanzo e, siccome la sceneggiatura è una semplificazione ma anche un’esaltazione di alcuni passaggi emotivi, bisogna fare in modo che i cambiamenti all’interno del romanzo siano coerenti per farlo diventare un film. Molto spesso c’è una delusione nella trasposizione tra romanzo e film, spesso l’autore è affezionato ad alcuni pezzi; invece lo sceneggiatore, con uno sguardo più esterno e più obiettivo, sa e percepisce che alcune cose non sono necessarie.
Uno scrittore ha detto: “Io faccio lo sceneggiatore per i romanzi degli altri, ma non chiamatemi per i miei.”

8. Come si riesce a inventare storie tutte d’un fiato, visto che c’è molta azione anche nel tuo libro.?
M.: In realtà, quando scrivo non mi pongo il problema, mi si accavallano nella testa tante idee che sono quello che io vorrei come lettore. Sono particolarmente esigente come lettore e lo sono anche come scrittore, sono attento a non ripetere certi cliché banali. Cerco una formula che sorprenda me per primo. Essendo un lettore attento, non particolarmente buono con gli altri autori, io cerco di essere il primo critico di me stesso quando scrivo. Nel romanzo c’è una sequenza di due persone che lottano in un bagno, dura quattro pagine, ma molti hanno detto che forse era troppo lunga. A me non interessa. In quel momento avevo voglia di raccontare il disagio clausotrofobico di quella scena, per fortuna il romanzo ti permette queste libertà.

9. Nel film “Cemento armato” il cattivo era il “Primario”, in questo libro troviamo il “Rosso”. Hanno delle similitudini come caratteristiche del personaggio? A me piace fare un gioco fra i componenti di tutti i libri: cosa si direbbero se si incontrassero?
M.: Intanto il Rosso è padre, quindi è un uomo di potere e capace di tremende crudeltà, che però ha a che fare con la contraddizione di dover giudicare se stesso attraverso i figli. Poi c’è questa amicizia virile tra Orso e Rosso che porta un cordone ombelicale che non si spezzerà mai. Sono quarant’anni di vita insieme dove ognuno è cresciuto grazie all’altro e far sì che questo personaggio diventasse una sorta di male, ma protettivo. Mi piacciono i personaggi affascinanti e nel contempo inavvicinabili…
Se si incontrassero il Rosso con il Primario, non ne nascerebbe nulla, sono troppo diversi tra loro.

10. Mi ha incuriosita una tua precedente intervista, dove portavi a fare una critica sul fatto che non si pensa spesso al processo creativo che ha portato il film a concretizzarsi sul set. Il regista è glamour ma lo sceneggiatore no, perché?
M.: Questo è tipico italiano, in America è difficile che un regista sia anche sceneggiatore. Mentre in Italia è quasi la conditio sine qua non, in America sono due mestieri distinti. Succede che il regista in qualche modo ha la responsabilità di portare la storia a essere realizzata. Lo sceneggiatore automaticamente diventa di servizio, ma è sbagliato perché senza quell’impalcatura non esisterebbe il film. E questo atteggiamento è veramente solo retaggio culturale italiano. In Italia, appena lo sceneggiatore diventa regista, direbbe subito

11. Progetti futuri?  Pensi di scrivere un sequel del romanzo o un libro stand alone?
M.: Ma sai, come nel cinema il sequel può funzionare solo se i lettori in massa mi dicessero di voler leggere ancora dei miei personaggi; che amo alla follia, peraltro. Altrimenti ho comunque già tanti altri progetti in mente. Essendo il mio primo romanzo, voglio aspettare di vedere cosa succede, per ora mi godo il momento.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa