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Ci siamo, Giallo di sera a Ortona sta per cominciare! A partire dal 21 e fino al 23 giugno 2019, la rassegna letteraria con la direzione artistica di Romano De Marco prenderà il via e ospiterà tanti ospiti illustri del genere giallo e noir in Italia. Dopo l’anteprima nazionale del 16 giugno con la presentazione dei romanzi di Marilù Oliva, Musica sull’abisso (HarperCollins Italia) e di Romano De Marco, Nero a Milano (Piemme), le serate prevedono la presenza di: Piergiorgio Pulixi, Antonio Manzini, Paolo Roversi, Raul Montanari, Maurizio de Giovanni, Mirko Zilahy, Matteo Strukul e Marcello Simoni.
Finiamo dunque questa serie di mini-interviste agli autori, parlando con:
Raul Montanari
1.Si parla molto di noir nelle pubblicazioni degli ultimi anni, ma a tuo avviso non è un termine piuttosto abusato in letteratura? Non interessa più a nessuno la denuncia sociale? Oggi bisogna scrivere solo per intrattenere?
R.: Questa domanda perfetta tocca un punto dolentissimo. La narrativa ha da sempre diverse funzioni. Anzitutto risponde a un’esigenza quasi biologica della specie umana: noi narrativizziamo il mondo, gli eventi, a partire a quella specie di romanzo della nostra vita che è la memoria del nostro passato, con i suoi capitoli, le svolte, i colpi di scena, i personaggi antagonisti….
Poi è un’operazione conoscitiva sia per il lettore che per lo scrittore. Pontiggia diceva che l’uomo che finisce di scrivere un romanzo non è lo stesso uomo che ha cominciato a scriverlo; quanto al lettore, giustamente di solito si aspetta anche di imparare qualcosa da un libro, da qualunque libro. Ancora, aggiunge elementi all’immaginario collettivo, parole al lessico comune (Gomorra!), ed esprime contenuti in forma non scientifica, esplorando zone dell’umano che sono negate alla scrittura saggistica.
Infine leggere un libro è un modo intelligente, divertente, appassionante, per passare il tempo: quindi intrattiene. Ecco, questa quinta funzione è diventata dominante nelle scelte editoriali, mortificando le altre. In particolare, nel romanzo di suspense in tutte le sue varie declinazioni, l’aspetto della denuncia sociale appare francamente esaurito, anche perché ormai queste “denunce” si sono cristallizzate. Dietro i delitti ci sono sempre i soliti noti, il poliziotto corrotto, il politico corruttore, la mafia russa, il clan dei pedofili o dei satanisti. Il pubblico si è assuefatto, anestetizzato, e non si aspetta più di fare chissà quali scoperte sul mondo da un noir.
2. E’ uscito per Baldini+Castoldi la venticinquennale edizione de “La perfezione”. Come è mutato il tuo modo di scrivere noir da quando hai cominciato a oggi? L’evoluzione è avvenuta prima su di te o sulla tua scrittura?
R.: È successa una cosa curiosa ma non così infrequente: io ho continuato a scrivere più o meno lo stesso tipo di storie (sul più o meno farò una precisazione), mentre intorno a me, che stavo fermo, la narrativa cambiava.
Tieni presente che quando uscì La perfezione, nel 1994, gli autori di “noir letterario”, come lo chiamavano, erano tre: Pinketts, Lucarelli e io. Come venivamo identificati? Dal fatto che pubblicavamo per grandi case editrici, fuori dai ghetti riservati alla narrativa di genere. La perfezione vinse anche un premio ultraletterario, il “Linea d’ombra”, il cui ultimo vincitore era stato Baricco. Quello fu l’inizio della grande marea ascendente del noir, che ora ha invaso felicemente la scena. Nelle interviste che facevo allora, a me chiedevano: “Scusi, come mai ha scritto un noir?”, domanda che adesso, rivolta a un giovane autore, non avrebbe senso.
Questo trionfo ha naturalmente anche un risvolto negativo: come insegna la storia di tutte le arti, quando un genere ha successo di pubblico vuol dire che la sua fase creativa, pionieristica, è finita. Infatti l’identikit dello “scrittore di noir” in questo momento è molto irrigidito: devi avere il tuo detective, che a sua volta deve rispondere a connotati protocollari (non troppo intelligente, non troppo figo, meglio se con grossi problemi personali…). Tutti figli di Maigret, insomma, non certo di Sherlock Holmes. E potremmo continuare analizzando altre componenti.
Per quanto riguarda la mia scrittura, adesso sono molto più aperto a certe sfaccettature della commedia umana, per esempio l’umorismo, mentre ai tempi della Perfezione cercavo piuttosto la trama cristallina e la dimensione metafisica, ancora più che esistenziale. La tragedia moderna, insomma.
Non so se sarei ancora capace di scrivere un libro così, anche perché la sua lunghezza (le classiche cento pagine) è di gran lunga la più difficile per un romanziere. Bisogna lavorare moltissimo in sottrazione, scegliere il molto che dev’essere taciuto e il poco che deve rimanere sulla pagina.
Paolo Roversi
1. “Addicted”, il tuo ultimo romanzo, pubblicato da Sem, è fuori da qualche mese. Lo abbiamo letto e apprezzato. Sul nostro blog è possibile leggerne la recensione ed una interessante intervista che ci hai gentilmente concesso. Notiamo, dopo tempo, che intorno ad esso c’è ancora molto fermento. A cosa è dovuto secondo te?
P.: Penso al fatto che verrà realizzato un film dal romanzo di cui io stesso ho scritto la sceneggiatura. Allo stato attuale la produzione sta ragionando sugli attori e sul nome del regista. Quello che posso dire è che il cast sarà internazionale e che le riprese dovrebbero iniziare dopo l’estate in Puglia…
2. In questo romanzo, che è anche un omaggio ad Agatha Christie, con un chiaro riferimento a “Dieci piccoli indiani”, si parla di dipendenze. Puoi raccontarci una particolarità che lo riguarda per incuriosire chi ancora non lo ha letto?
P.: Le addiction fanno parte di noi, di tutti noi. Ognuno ha una mania, una dipendenza grande o piccola che non necessariamente diventa un problema. Ad esempio io ho una dipendenza dalla pizza che tengo “sotto controllo”. I personaggi del romanzo, invece, per colpa della loro addiction sono a un passo dal precipizio: o accettano di essere curati dalla dottoressa Stark o finiranno giù dal dirupo…
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Domande a cura di Cecilia Lavopa e Federica Politi














