Intervista a Cecilia Scerbanenco

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Cecilia Scerbanenco è nata a Milano e vive in Friuli. Si è laureata in Filosofia e lavora nell’editoria come curatrice dei libri del padre Giorgio Scerbanenco e traduttrice. È la fondatrice e responsabile degli Archivi Scerbanenco. Ha pubblicato con La Nave di Teseo la biografia di suo padre, “Il fabbricante di storie” e “L’isola degli idealisti”. L’abbiamo incontrata per farci raccontare Ha collaborato a lungo con alcune case editrici italiane per ripubblicare le opere del padre, Giorgio Scerbanenco. Insieme alla biblioteca di Lignano Sabbiadoro ha fondato gli “Archivi Scerbanenco”, che si occupano di recuperare e catalogare i documenti e gli scritti dell’autore. Nel 2018 ha pubblicato Il fabbricante di storie (La nave di Teseo), prima biografia dello scrittore.

1. Benvenuta e grazie della tua disponibilità. Hai deciso di scrivere la biografia facendo parlare tuo padre, dopo aver letto una lunga intervista che proprio Oreste del Buono fece a Giorgio Scerbanenco.Ma chi è Cecilia Scerbanenco? Ho letto da qualche parte che volevi fare l’astronauta…
C.: Sì, ho una crisi di identità. Direi che l’eredità di mio padre è stata così forte, grazie – o per colpa – della dedizione di mia madre. D’altra parte, fu Scerbanenco stesso ad affidarle le sue opere, quando capì che sarebbe morto. Aveva la precisa consapevolezza che, senza l’impegno della sua ultima compagna, tutto sarebbe scomparso con lui, come forse aveva visto accadere a molti suoi colleghi. Gravata da una simile responsabilità, non ho avuto scampo. Così, ogni tanto, mi chiedo che cosa avrei fatto se fossi stata davvero libera di scegliere… Qualcosa di scientifico, di pratico? Forse.

2. Hai provato anche tu a cimentarti nella scrittura? Quale genere senti che ti appartenga di più? Ti occupi anche di traduzioni, tra l’altro…
C.: Sì, mi hanno costretta a scrivere diverse volte, e ho ricevuto anche molti complimenti, ma forse manco del fuoco sacro della scrittura, forse ho più quello della ricerca. Da lettrice, amo molto i romanzi e i saggi storici, anzi, per l’esattezza, quei saggi storici appassionanti come romanzi che pare riescano a scrivere solo gli studiosi inglesi contemporanei. Da… scrittrice, forse le biografie! Però adoro tradurre, anche se ora, con il crollo delle vendite, il mercato si è molto ristretto e lo faccio meno, e mi dispiace molto.

3. A luglio 2018 è stato pubblicato da La Nave di Teseo Il fabbricante di storie – Vita di Giorgio Scerbanenco e contemporaneamente L’isola degli idealisti) e a novembre 2018 Luna di miele. Parliamo prima della sua biografia: com’è nata l’idea e quanto tempo ti ci è voluto per scriverla?
C.: Credo vent’anni! Fu il Melangolo, molti anni fa, a propormi per primi di scrivere una biografia. Poi ci sono state molte interferenze, alcune positive, altre meno. Positiva è stata quella di Roberto Pirani, che è riuscito a stendere una bibliografia sempre più completa di mio padre, tracciando, in questo modo, una prima biografia – lavorativa – di Scerbanenco, sulla quale ricostruire la sua vita. Pirani è stato fondamentale soprattutto per gli inizi. Bibliografo di professione, è riuscito a scovare materiale disperso e mai sospettato. Da lì, raccogliendo materiali più personali e soprattutto leggendo centinaia di riviste, ho lentamente costruito la biografia. Il problema è stato che il materiale non finiva più, ed era tutto interessante, ogni appunto, ogni numero di rivista, illuminava o rivelava un nuovo aspetto di Scerbanenco scrittore/giornalista.

4. E’ stato un po’ come riscoprire l’uomo e padre Scerbanenco prima dello scrittore? Com’è stato questo viaggio?
C.: È stato un viaggio molto bello. Ho scoperto solo belle cose. Avevo qualche timore, perché su mio padre corrono anche voci poco carine, frutto dell’ostilità “secolare” tra le quattro successive famiglie, e invece ho scoperto un grande professionista, perfettamente immerso nel suo tempo, con una storia simile a quella dei suoi colleghi e colleghe giornalisti/scrittori tra anni ’30 e ’50, donne, liquori e nottate brave compresi.

5. Ritorneremo più tardi con altri aspetti di questo libro. Vorrei parlare di Luna di Miele: pubblicato nel 1945 e mai più ristampato, ritrova la luce oggi grazie a questa pubblicazione. La figura di Duca Lamberti ancora non esiste, ma in qualche modo lo stilema narrativo già si percepisce, quel tratto che resterà indelebile nel tempo. Lo scrisse in Svizzera, nel 1944, era in un campo profughi. Quanto incise questo aspetto dell’ambientazione nella realizzazione del romanzo?
C: Credo molto. Mio padre soffrì molto in campo profughi, soffriva di solitudine e di avvilimento. Anche la tanto decantata amicizia con don Menghini era, in realtà, “falsa”, e proprio da parte sua, che si sentiva costretto a “comportarsi bene”. Per certi aspetti, “Luna di miele” fu forse una rivalsa, un romanzo spietato e immorale, contro un contesto che giudicava… moraleggiante e ostile.

6. Protagonisti sono Lena – Eva e Alberto: un triangolo amoroso e fatale. In un romanzo così piccolo, si concentrano amore, inganno, rancore, fragilità, morte. Ce ne vuoi parlare?
C.: Amore, inganno, rancore, fragilità e morte sono davvero i temi di Scerbanenco, di tutta la sua opera e, più in profondità, direi del suo sguardo sul mondo e della sua personalità. Sto lavorando al suo primo romanzo pubblicato, (nel senso che sto correggendo gli errori fatti dallo scanner durante la trasformazione in formato word! Sono già stata insultata per miei presunti interventi sui testi di mio padre!!) e uno dei personaggi dice che ha vissuto troppo (troppe brutte esperienze) per riuscire a vivere ancora con serenità. Forse era questo lo stato d’animo più profondo di Scerbanenco: nel ’38 -quando lo scrive- aveva già alle spalle la morte del padre, un viaggio nella guerra con la madre, una figlia morta e un matrimonio fallito. E questo lo rendeva particolarmente sensibile alla fragilità dell’esistenza umana, e alla cattiveria, sempre umana.

7. Mi ha colpito particolarmente un pezzo che dice: “L’abisso che separa la donna dall’uomo. La donna è radice, la matrice ferma, la stabilità che cresce dentro di sé le nuove vite. L’uomo è il seme portato dal vento, il bocciolo di pelargonia che vola al minimo soffio, l’instabilità che semina vagando. Qualunque sia la forma materiale dell’uomo, l’anima che è dentro è sempre l’anima di un povero essere spaurito di fronte alla vasta terribilità del mondo.”
Io trovo il libro di un’attualità pazzesca, dove non si parla mai abbastanza di femminicidio, che esiste dai tempi dei tempi. Quanto era sensibile tuo padre alle relazioni? Teneva delle rubriche nelle quali, sotto pseudonimi, dava consigli a donne in difficoltà…

C.: Be’, l’essere spaurito davanti alla vasta terribilità del mondo è la concezione “ontologica” che accompagna – e corrobora – la risposta precedente. Mio padre era molto sensibile…alle donne, soprattutto in gioventù, ma era anche profondo, capace di cogliere la verità emotiva delle relazioni, e di descriverla con spietata chiarezza nelle pagine dei suoi romanzi, nelle risposte alle lettrici. È incredibile quanto fosse tremenda la condizione femminile fino alla fine degli anni ’60. Penso che l’esplosione, gli eccessi del 1968, si capiscano bene sullo sfondo della crudele ipocrisia degli anni ’50. Però, se posso essere sincera, io non condivido l’opinione sulla donna di mio padre: radice, matrice ferma… Per carità! E’ un’altra gabbia in cui ci rinchiudono gli uomini per poi andare a divertirsi. Tra l’altro, è esattamente quello che faceva mio padre, quindi non c’è da meravigliarsi che fosse un fan di questa versione dei rapporti uomo/donna, pur comprendendo perfettamente quali sofferenze ciò comportasse peer le donne. Io, invece, preferisco “Spirito dei boschi che saltella di fungo in fungo, e predilige quelli velenosi”, come si descrisse una poetessa del Medioevo.

8. Curava anche una rubrica intitolata “Donna di classe” su Bella, piacque così tanto che ne fece uscire una su Novella chiamata “Il libro della vita in due”, sulla vita di coppia, sul modo di comportarsi della donna con il marito, di suggerire con dolcezza e non imponendosi. Parla anche degli uomini e di quanto sia impossibile cambiarli, a meno che non vogliano loro.
C.: Adoro “Donna di classe”! Credo che questo “galateo” e “il libro della vita a due” rappresentino bene la complessità psicologica di mio padre. Donna di classe è divertente, ironica, piacevole ancora adesso da leggere. È una delle cose che mi piacerebbe di più ripubblicare, magari in un’edizione con i bellissimi disegni originali. “Il libro della vita a due”, invece, mette in luce il lato più conservatore di mio padre: la donna che deve essere “madre” e radice, però verso l’uomo: ovvero, stare a casa, accudirlo e tollerare. E infatti questo secondo è molto invecchiato.

9. Tra il 1936 e il 1937 scrisse dei racconti tutti di azione pubblicati sul secolo illustrato. Duri, all’americana, con lo pseudonimo di Denny Sher. Al tentativo successivo invece ricorda lo stile di Agatha Christie: protagonista un timidissimo archivista della polizia di Boston. Arthur Jelling. Una sorta di sperimentazione?
C.: No, so che molti studiosi e appassionati si sono arrovellati su questi testi così diversi, ma basta sfogliarsi qualche rivista di quegli anni per capire. Sono gli stessi, identici temi che affrontano i suoi amici e colleghi, spesso sotto pseudonimo: fantascienza per ragazzi, storie all’americana, gialli classici. Sei giorni di preavviso con Jelling, per esempio, ricorda moltissimo un romanzo di Angelo Frattini, uno dei rivali/esempio di Scerbanenco in quegli anni. Credo fosse dovuto a motivi editoriali: l’editore chiedeva ai suoi autori sotto contratto di cimentarsi nei diversi generi che più parevano interessare il pubblico in quel momento. Ci sono lettere bellissime di Liala a questo proposito. Succederà lo stesso con il ciclo messicano, nel dopoguerra. Bisogna pensare che allora gli scrittori erano molto meno numerosi di oggi e i lettori molti di più, per questo gli autori che girano sono sempre gli stessi, costretti da Rizzoli o Mondadori a cimentarsi in diverse versioni. Che età dell’oro!

10. Parliamo della Milano nera Anni ’60, in cui darà vita al personaggio simbolo di quell’epoca: Duca Lamberti. Nasce Venere Privata (del Buono lo defini bellissimo), che è poi il primo romanzo della serie che comprende Traditori di tutti, I ragazzi del massacro, I milanesi ammazzano al sabato. Dalla serie di Duca Lamberti sono stati tratti dei film, ormai diventati film cult. Vogliamo dire chi era Lamberti e dove Giorgio cominciò a scriverli?
C.: Mia madre diceva che Duca Lamberti era l’alter-ego di Scerbanenco, quello che lui avrebbe voluto essere, un uomo forte, anche fisicamente, deciso, pur con tutto il suo carico di dolori e ipersensibilità. Credo avesse ragione. Ci sono però “sprazzi” di Duca Lamberti anche in altri personaggi precedenti. Penso che Duca rappresenti anche una parte della personalità di mio padre, che, per la verità, salta fuori nelle lettere più personali in periodi difficili. Allora emerge una razionalità quasi matematica, ma molto umana. Un desiderio di capire per rimettere le cose a posto che l’autore condivideva con il suo investigatore. Un bisogno di giustizia, pur sapendo che non è di questo mondo.

11. Si è molto discusso in questi ultimi tempi su cosa rappresenti ora il genere noir in Italia e quanto non si possano più classificare i romanzi nei tre settori distinti Giallo/Thriller/Noir. Una volta il noir di tuo padre era volto a porre l’attenzione sulle disastrose condizioni di vita come causa del male, senza speranze per l’avvenire e la chiusura verso l’apatia. Cosa pensi che sia cambiato, ora? Il mercato offre più letture di intrattenimento che di denuncia sociale?
C.: Direi intrattenimento. Non che io abbia nulla contro l’intrattenimento, ma ho come l’impressione che, per certi versi, il grande successo del noir, tutti i telefilm, le serie, le contaminazioni, lo abbiano svuotato dall’interno, rendendolo svago quotidiano, togliendogli quella grande forza d’impatto che aveva all’inizio, con l’Hard boiled americano, e che aveva ancora nei romanzi di mio padre. Ma, soprattutto, gli ha tolto il dolore, il dolore per le vittime e chi gli sopravvive, quella compassione per il comune, spesso ingiusto destino di tutti noi, che caratterizza i romanzi di mio padre, basta pensare al padre di “I milanesi ammazzano al sabato”. C’è però da dire che la realtà di oggi è tremendamente complessa, e forse è davvero difficile indagarne le radici nelle pagine di un singolo romanzo. Anche se, certo, restano sempre, purtroppo, i drammi “familiari”: vedi risposta 12!

12. Scerbanenco muore nel 1969, lasciando incompiuti altri due romanzi del ciclo di Duca Lamberti. Però riesce, unico italiano nella storia, a vincere il “Gran Prix de Literature policiere”, una sorta di Oscar del romanzo noir. Lo fa nel 1968 con Traditori di Tutti. Scerbanenco non è più un romanziere di provincia che racconta fatti milanesi. Scerbanenco è l’uomo simbolo del noir italiano. Scerbanenco è verosimile. Scerbanenco è vero. Perché raccontava di una Milano cupa e viziosa, cattiva. Quanto pensi che i suoi romanzi si potrebbero avvicinare alla Milano di oggi?
C.: Credo che si adattino perfettamente alla Milano di oggi. Il tempo li ha, come dire, asciugati. Proprio perché mio padre era interessato alle motivazioni personali del crimine, e perché era così capace di comprendere l’animo umano, quelle motivazioni sono valide ancora oggi: avidità, sesso, e potere; vendetta e orgoglio. In più, sullo sfondo, mio padre era riuscito a intuire la nascita del crimine organizzato: mafie, droga, tratta delle bianche, traffici d’armi, consumismo esasperato. E i disperati, che mio padre chiama, includendo anche se stesso in quel momento, gli “sconfitti dalla vita”: quelli ci sono ancora oggi, anzi, direi che abbondano più che mai, in un mondo sempre più ingiusto e spietato.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa