Giorgio Ballario – Latin noir e Il noir prima della “movida” (1ª parte)

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Storia della letteratura poliziesca spagnola nell’epoca del franchismo

È opinione diffusa che il romanzo poliziesco spagnolo si sia sviluppato a partire dal 1976, vale a dire con la fine del franchismo e la ritrovata democrazia, sull’onda del fenomeno storico e generazionale che ha dato un grande impulso alla vita culturale tra Madrid e Barcellona, la cosiddetta “movida”. Oltre a trascinare la musica, le arti figurative, il cinema e la letteratura, la “movida” esplosa tra fine anni Settanta e primi Ottanta ha avuto come effetto anche il boom della narrativa noir e poliziesca e ha fatto emergere grandi figure come Manuel Vázquez Montalbán, Andreu Martín, Eduardo Mendoza, Juan Madrid, Jorge Martínez Reverte, Lourdes Ortiz e pochi anni dopo Alicia Giménez Bartlett.

Tuttavia, è sbagliato pensare che il “giallo” spagnolo nasca solo dopo la morte di Franco e in coincidenza con i grandi mutamenti della società spagnola. Il poliziesco esisteva anche prima e godeva di ottima salute, anche se non proprio di “buona stampa”, nel senso che era sottovalutato e classificato come narrativa di serie B alla stregua di molti altri Paesi europei (in primis l’Italia). «Negli anni Cinquanta», sostiene Paco Camarasa, libraio, editore e animatore culturale di Barcellona scomparso nel 2018, «parallelamente alla timida nascita di una cinematografia di genere poliziesco, cominciano a prendere piede progetti di editoria popolare. Per esempio, El Caso, uno dei settimanali più venduti, con il suo stile di stampo sensazionalista, e i suoi vistosi titoli scandalistici, la cui lettura si diceva fosse l’unica cosa condivisa da cameriere e padrone, portinaie e signore borghesi. Compaiono i libri tascabili. Piccoli romanzi, formato in ottavo, tra le 90 e le 130 pagine. Carta povera e copertine sgargianti».

Tra i romanzi da edicola, i generi di maggior successo erano tre: Corín Tellado e il romanzo rosa per le donne, e per gli uomini, il western e il poliziesco o le spy-story. «Ma i polizieschi dovevano essere ambientati all’estero», spiega Camarasa. «Mafie, criminalità organizzata in Spagna? Impossibile. In nessun paese al mondo si viveva bene come in Spagna. Chi ci criticava lo faceva solo per invidia. E quindi i romanzi e i loro autori dovevano avere collocazione e nomi stranieri». Fu così che il grande González Ledesma rimase uno sconosciuto per molti anni, anche se tutti leggevano “Silver Kane”, una serie di romanzi western da lui scritto sotto pseudonimo. Guillermo López Hipkiss pubblicò la saga “El encapuchado”, in cui si narravano le imprese di un giustiziere mascherato, usando il nome-de-plume di John Swindon. Antonio Vera, Gallardo, Debrigode e altri, cambiarono nome e si chiamarono, tra molti altri pseudonimi, Lou C. Carrigan, Curtis Garland o Peter Debry, più o meno come era già avvenuto con gli autori di gialli in Italia durante il fascismo.

Eppure, suggerisce Javier Sanchez Zapatero, direttore del Congreso de Novela y Cine Negro di Salamanca, anche in quel periodo si potevano scrivere ottimi gialli spagnoli. E gli autori oscillavano tra due diverse posizioni politiche: c’erano coloro che appoggiavano il regime e quindi presentavano i poliziotti in veste di protagonisti sempre vincenti, in grado di scoprire i colpevoli e restaurare l’ordine compromesso dal crimine; e c’erano gli scrittori che approfittavano del genere noir per far filtrare critiche più o meno esplicite al sistema politico e sociale del “Generalìsimo”.

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Articolo di Giorgio Ballario su Latin Noir