Intervista a Marcello Simoni

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Marcello Simoni è nato a Comacchio, in provincia di Ferrara. Ex archeologo e bibliotecario, autore di saggi storici, con Il mercante di libri maledetti (Newton Compton, 2011), il suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. Un successo confermato da La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, L’isola dei monaci senza nome, La cattedrale dei morti, L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti, L’abbazia dei cento inganni e la saga dell’Abate Nero. Per Einaudi ha pubblicato Il marchio dell’inquisitore (2016), Il monastero delle ombre perdute (2018 e 2019) e La prigione della monaca senza volto (2019). È tradotto in venti Paesi.

Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo, “Il lupo nell’abbazia“, pubblicato da Mondadori. Ecco cosa ci ha raccontato.

1. Grazie della disponibilità, Marcello. Com’è nata l’idea di questo nuovo romanzo?
M.: La inseguivo da tempo. Un monastero isolato, circondato da strade rese impraticabili dalla neve; una collocazione temporale remota, addirittura antecedente all’anno Mille; una serie di delitti attribuiti a una bestia soprannaturale… Cosa si può desiderare di più?

2. Ci vuole certamente una buonissima conoscenza storica per tirare fuori dal cilindro l’abbazia di Fulda e gli intrighi del Sacro Romano Impero tra Ludovico il Pio e i suoi figli. Quanta ricerca c’è voluta per riuscire a inserire il romanzo nel contesto storico?
M.: Una ricerca che in realtà non riuscirei a quantificare perché dura da tutta una vita. Romanzo dopo romanzo, ma ancora prima, tra uno scavo archeologico e un saggio storico, fin da quando ero uno studente di università, ho “costruito” la mia formazione di medievista raccogliendo tutte le suggestioni che ricevevo dalle mie esperienze. Suggestioni che vanno dai testi di teologia ai bassorilievi delle cattedrali, e che si intrecciano al folklore e alle leggende nati nell’epoca di mezzo tra il Tardoantico e l’alto Medioevo. Queste fonti mi accompagnano da molti anni, soprattutto sotto forma di immagini. E di tanto in tanto capita che queste immagini prendano vita, diventando dei romanzi.

3. La componente “superstiziosa” è parte integrante di molti romanzi storici, soprattutto se trattano il periodo medievale. Molti scritti dell’epoca parlano di bestie fantastiche. Pura fantasia o vi era un obiettivo preciso di terrorizzare le menti più deboli?
M.: Siamo ben oltre il complottismo. Molto più semplicemente – e molto più intelligentemente – la leggenda del licantropo (werwulf in lingua tedesca e garou in francese antico) è un simbolo che fonde il retaggio del paganesimo con la vicenda biblica di Nabucodonosor, il re babilonese che fu trasformato in una bestia dal Dio del Vecchio Testamento. Proprio come nel mito greco accade a Licaone per volere di Zeus. Nel Medioevo la leggenda cambia i connotati, chiamando in causa delle divinità femminili: le Parche, o Fate, che come Circe parevano avere il potere di tramutare gli uomini in animali. Per concludere, il licantropo – e il lupo in generale – è simbolo del diavolo, animato di quella fame inesauribile che, come afferma l’abate Rabano Mauro, accendeva in lui il desiderio di divorare persino la luna.

4. Molti monaci, come i suoi protagonisti Gotescalco e Lupo, venivano “venduti” dai propri genitori ai monasteri. Quale era la causa principale di questo “commercio”?
M.: In realtà si trattava di “oblati”, ossia di figli donati alle comunità monastiche perché venissero educati e cresciuti per diventare religiosi. Si tratta di una condizione molto comune nel Medioevo, e spesso interessava i cosiddetti “cadetti”, cioè i secondogeniti delle famiglie nobili che, per quel che riguardava la loro discendenza, puntavano tutto sul figlio più vecchio. Il caso di Gotescalco di Sassonia è emblematico, perché non è soltanto documentato storicamente (Gotescalco discusse della propria condizione di oblato durante la dieta di Worms dell’829), ma riguarda un giovane monaco che fece di tutto per cercare di ritornare laico, senza riuscirci. Non per nulla, questa figura, nel mio romanzo, è divisa tra una grande forza d’animo e una perenne amarezza.

5. Uldarico, l’erborista della storia, da ad Adamatius uno stame di un fiore particolare per renderlo lucido. Di che cosa si trattava?
M.: Gli erboristi medievali disponevano di molti espedienti per acuire o rilassare i sensi e il raziocinio. Non posso essere più chiaro per una ragione molto semplice: ne parlerò molto in dettaglio in un prossimo romanzo.

6. Era possibile davvero, all’epoca del romanzo, che gli abati potessero avere più potere di un generale dell’esercito imperiale?
M.: L’ordine benedettino è una delle principali pedine politiche su cui contarono Carlo Magno e i suoi successori per dare stabilità agli immensi territori soggetti al loro dominio. Ai benedettini e alle loro abbazie e monasteri non erano affidati soltanto la diffusione della fede cristiana e la cura d’anime, ma anche la custodia del sapere, la divulgazione del pensiero e dell’estetica artistica e simbolica legata all’Impero romano d’Occidente, spesso associata a un concetto di scriptorium o addirittura “scuola di corte”. Per non parlare dell’ospitalità spesso concessa da questi “centri strategici”, spesso fortificati come castelli, alle truppe di passaggio. Sappiamo inoltre che abati come Rabano Mauro svolsero un ruolo attivo in quelli che oggi chiamiamo “giochi di palazzo”, influenzando più di una persona con le proprie idee politiche e morali.

7. Hai già in cantiere un nuovo romanzo? Se sì, questa volta, in che periodo storico si svolgerà?
M.: Sì, sto già lavorando a un romanzo che mi sta appassionando. Mi ci sono perso dentro, per essere più precisi. Ma a meno che non mi minacciate di tortura, per saperne di più dovrete aspettare ancora qualche mese.

Intervista a cura di Silvia Marcaurelio