Intervista a Emanuela Valentini

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Emanuela Valentini vive e lavora a Roma come editor freelance.
Ha vinto numerosi premi per la narrativa breve e ha pubblicato in digitale il serial Red Psychedelia. I suoi racconti sono stati tradotti in varie lingue. Scrive per Wired Italia. Pratica per hobby la fotografia di paesaggi naturali e urbani. Amante della cultura underground, a volte dipinge sui muri.
Le segnatrici è il suo debutto nel thriller, in corso di pubblicazione in diversi Paesi del mondo.

L’abbiamo intervistata in occasione dell’incontro che si terrà durante il festival Giallo di sera a Ortona (CH), moderatore Romano De Marco, il 25 luglio alle 19,30, insieme a Paola Barbato.

Ecco cosa ci ha raccontato:

1.Benvenuta, Emanuela. E’ appena uscito per Piemme il tuo primo romanzo, intitolato Le segnatrici. Come ti è nata l’idea?
E.: Grazie intanto per l’ospitalità! Dici bene, è appena uscito per Piemme Le segnatrici, il mio esordio nel mondo del thriller. L’idea è nata attingendo nei miei ricordi e nelle cose che amo profondamente: la montagna e le antiche tradizioni popolari. Da lì il passo successivo è stato costruire una trama che fosse all’altezza dell’idea che avevo in mente. Come tutte le prime volte non è stato facile, ma certamente un’esperienza esaltante. Mi piace imparare, studiare, provare nuove strade!

2.Personaggio principale della storia è Sara Romani, chirurgo oncologico di stanza a Bologna. Ci racconti qualcosa di lei?
E.: Sara è una di noi, più o meno, perché per forza di cose la sua doveva essere la vita della protagonista di un thriller e quindi un tantino più complicata delle nostre, ecco. Ha 33 anni, è caparbia, testarda, single convinta, una carriera promettente davanti e qualcosa da risolvere, un segreto che si è voluta lasciare alle spalle perché troppo grande e doloroso per essere affrontato. Ma, come si dice, quello che deve tornare nella vita ritorna sempre e così…

3.Riprendo una frase del tuo libro e la faccio domanda: Le cose che nascondiamo a noi stessi possono ucciderci. O salvarci?
E.: Nei romanzi non è come nella vita vera perché la fine la scegliamo noi, così come le conseguenze di alcune azioni o non azioni. Nella vita vera è tutto un prenderci, un avere fortuna, un cercare di stare a galla, ma soprattutto uno scendere a patti con noi stessi. Questa è l’epoca delle inquietudini e più o meno tutti, senza generalizzare, gestiamo il nostro bagaglio emotivo come meglio possiamo. Nel caso di Sara c’è stata una vera e propria rimozione di una parte della sua vita molto dolorosa e, per intenderci, anche nella mia (ecco perché conosco in parte quello che si prova dopo molti anni a dovere affrontare cose che si era preferito dimenticare). Questo è il focus del romanzo: le cose che nascondiamo a noi stessi possono distruggerci, ma se le affrontiamo ci possono salvare.

4.In questa storia ci si ritrova con un passato ingombrante e doloroso. È più facile scrivere del passato o del futuro? Pregi e difetti.
E.: Ho scritto racconti e romanzi ambientati in futuri possibili e impossibili ed è stato divertentissimo, emozionante, propulsivo.
Ho scritto romanzi e racconti in cui sono stata costretta a scavare nel passato dei protagonisti ed è stato costruttivo e potente, doloroso per certi versi perché parlare del passato lo è sempre. Sono due esperienze molto diverse tra loro: nel caso del futuro ci si diverte perché essendo un’incognita ci si può inventare quello che si vuole. Se si parla di passato invece quasi sempre c’è un trauma alla base e la narrazione si fa intima e profonda. Amo incondizionatamente tutte e due le varianti, non potrei fare a meno di nessuna delle due: il tempo esiste e va raccontato, non tanto come cronologico, quanto come tessuto emozionale, vissuto, esperienziale.
Vale anche per noi, non solo per i personaggi dei libri. Non occorre scomodare la fantascienza: quando conosciamo qualcuno gli raccontiamo il nostro background tra luci e ombre, ma poi spaziamo nei progetti e nei sogni e quella è la libertà di raccontare il futuro.

5. Quando hai cominciato a scrivere? È stato più facile arrivare alla scrittura passando dall’editing?
E.: Ho cominciato a scrivere in terza elementare, quando me ne andavo fieramente in giro con il mio quaderno delle storie e delle poesie. Ce l’ho ancora da qualche parte in casa. Nasco scrittrice, poi a un certo punto mi risolvo editor per mangiare, ma rinasco autrice con questo thriller.
Un ottovolante che ruota tutto intorno alla scrittura la mia vita? Senza dubbio.

6. Hai pubblicato libri steampunk, distopici, fantastorici. Generi molto diversi tra loro. La tua è una scrittura di sperimentazione?
E.: Steampunk e fantastorico sono la stessa cosa e il più delle volte, almeno nel mio caso, un fantastorico è anche distopico. Ucronico addirittura. Ma cosa sono queste? Parole. Solo parole, etichette per dire cosa?
Io racconto storie. Se spesso l’ambientazione è stata cyberpunk e altre volte steam o gotica non importa, a me non importa.
Io scrivo storie e scrivere è sempre sperimentazione, altrimenti è pappa riscaldata.

7-Collegata alla domanda precedente, come ti sei approcciata al thriller?
E.: Per curiosità. Perché mi piace il mistero, mi piace trascinare i lettori, sorprenderli, farli sorridere o commuovere, regalare emozioni. E il thriller si presta moltissimo a tutto questo. E mi piace da matti. Grazie per l’accoglienza!

Intervista a cura di Cecilia Lavopa