Intervista a Maurizio de Giovanni

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È una splendida mattina di primavera, la città è illuminata da una luce perfetta, nell’aria l’odore del mare si mescola al profumo del glicine, della ginestra, dell’anemone. Della rosa. Come può venire in mente di uccidere qualcuno in un giorno come questo, in un posto come questo?

È tornato in libreria Maurizio de Giovanni con il romanzo “Fiori” per i Bastardi di Pizzofalcone, Einaudi Editore, di cui troverete la recensione nel nostro blog. Ed è sempre un piacere accoglierlo nel nostro salotto per rivolgergli qualche domanda:

1. Bentornato su Contorni di Noir e grazie per la tua disponibilità. Iniziamo con la domanda di rito: da quale idea è nato lo spunto dal quale si è dipanata la trama del tuo ultimo romanzo della serie de I Bastardi di Pizzofalcone, Fiori, edito da Einaudi?
M.: Ciao, e grazie per l’attenzione. Voglio molto bene a Contorni di noir, ed è sempre un piacere ritrovarvi. “Fiori” nasce, come tutte le storie dei Bastardi, da una parola che diventa poi il titolo. Qualcosa di apparentemente banale, di uso quotidiano e che abbia un significato superficiale e uno più profondo. Volevo primavera, rinascita e speranza: e specularmente morte, dolore e disperazione, che si riflettessero come sempre nelle vite private dei Bastardi.

2. Savio Niola, un anziano signore di 74 anni, fioraio e benvoluto da tutti. Il suo omicidio sconvolge la comunità. Come si inserisce questa figura nel tessuto sociale di Pizzofalcone, tanto circoscritto quanto vario?
M.: Savio è una delle anime nascoste di un quartiere che, dal punto di vista dell’autoconsapevolezza, assomiglia a un paesino della provincia pur trovandosi in centro città. E’ un elemento identitario, sorridente e silenzioso, che a richiesta fornisce uno squarcio di panorama tranquillo e dolce, raccontando a mezza voce il significato perduto dei fiori e il valore della bellezza semplice. La sua morte costituisce, per tutti, non solo una perdita personale ma anche un’amputazione di se stessi.

3. Il commissariato, nonostante i precedenti risultati positivi, non ha ancora una posizione sicura all’interno della città. Quali risorse li rendono così uniti nonostante i diversi problemi o pensieri che ha ognuno dei singoli componenti di questo fantastico gruppo?
M.: Le comuni difficoltà e l’interesse a continuare a lavorare insieme stanno facendo superare ai Bastardi le iniziali diffidenze. In questo romanzo ho “sentito” uno spirito di squadra diverso, una maggiore fiducia, attenzione l’uno all’altro da parte dei Bastardi. Non si può ancora parlare di amicizia, ma di coesione senz’altro. Certo le diversità ci sono e sono profonde, come pure i differenti momenti della vita personale e le interazioni, ma credo che da questo punto di vista ci troviamo per la prima volta di fronte a un gruppo omogeneo.

4. In una parte del romanzo ci si sofferma a riflettere se i delitti siano o meno tutti uguali. Cosa ne pensi e come scegli il tipo di delitto che darà l’impronta ad ogni tuo romanzo?
M.: I delitti non solo non sono tutti uguali, ma ognuno ha profonde diversità rispetto agli altri. Si parla di uno squarcio sul tessuto sociale che non si può sistemare, non c’è analisi più ottusa di quando si dice che il nostro genere sia consolatorio perché si trova il colpevole e tutto va a posto. Non va a posto proprio niente, anzi. Io provo una profonda empatia e grande sofferenza sia per la vittima che per l’assassino, perché scrivere una storia come questa significa dover trovare e spiegare anche e soprattutto le ragioni del crimine. Il difficile sta esattamente in questo.

5. Mentre seguiamo l’indagine, siamo coinvolti nella vita di ogni membro del gruppo del commissariato. Secondo te chi è più cambiato dall’inizio e chi è rimasto più uguale e perché?
M.: Questa è la nona avventura del commissariato e dei Bastardi, la decima di Lojacono. Io scelgo di rappresentare la vita dei personaggi in evoluzione, non di lasciarli immobili in un eterno presente come fanno tantissimi straordinari scrittori. Tutti perciò evolvono, cambiano in ogni episodio. Mi piace quello che succede a Pisanelli, che ritrova una dimensione di vita a oltre sessant’anni cambiando i punti di riferimento, e a Ottavia che sceglie di vivere al di là di remore etiche profonde. Ma tutti procedono per la loro strada, con piccoli e grandi cambiamenti, nessuno escluso. Sono il primo a essere curioso di quello che succederà la prossima volta.

6. In questo romanzo tra le diverse tematiche spicca su tutte l’importanza di gettare la maschera e vivere realmente secondo i propri desideri, come primo passo verso la costruzione della propria felicità. C’è mai stato un momento della tua vita in cui hai vissuto secondo le regole dettate da altri e in cui sei poi riuscito a riprendere le briglie del tuo destino anche sapendo di causare l’infelicità di qualcuno così facendo?
M.: La mia vita è profondamente cambiata in almeno tre occasioni indipendenti dalla mia volontà. In tutti e tre i casi ho dovuto riorganizzare l’esistenza su nuovi parametri e nuovi punti di riferimento. Cambiare pelle è difficile e molto doloroso, ma necessario per sopravvivere. Ritengo sia molto più facile quando dipende da circostanze esterne, ma credo anche che quando è necessario l’anima abbia risorse che nemmeno sa di possedere. Lo penso di me, e lo vedo accadere ai Bastardi di storia in storia. Non c’è niente di più bello, per un narratore.

7. Quando ti senti un po’ perso o in balia degli eventi dove trovi rifugio e riesci a recuperare il tuo equilibrio?
M.: Ti sorprenderò con una risposta ovvia: nella scrittura. Io racconto per immersione, andando mani e piedi, corpo e anima all’interno della storia. Può essere alienante, non dico di no: ma è anche una bellissima forma di evasione, di viaggio al di fuori della realtà. In numerose circostanze quando sono riemerso il mondo fuori era un po’ diverso, e molto più accettabile. Insomma, andare a trovare i miei personaggi è molto più utile e importante per me che per loro, te lo assicuro.

8. In questo anno davvero particolare da cui siamo stati inghiottiti qual è la cosa che più ti è mancata e quella che invece hai riscoperto a causa o grazie ai giorni in cui siamo stati costretti in casa?
M.: Sono napoletano, e come tale incline alla prossimità. Mi piace abbracciare ed essere abbracciato, baciare e accarezzare, stringere mani e camminare con una mano sulla spalla dell’altro. E vivo in una meravigliosa città che almeno dieci mesi all’anno riserva un clima perfetto, in cui si può passeggiare vicino al mare senza problemi. Mi manca l’aria, letteralmente: quella dell’esterno, dei sorrisi della gente, dei tavolini all’aperto dei caffè e delle pizzerie. Stando a casa ho riscoperto la musica, i film, alcuni bei classici che non rileggevo da tempo. Un po’ quello che è successo a tutti, insomma.

9. Se dovessi scegliere un commissario tra quelli degli altri autori italiani, per lavorare a una nuova indagine insieme ai Bastardi, chi sceglieresti e perché?
M.: Lasciamo i personaggi a chi li ha inventati, per carità. Mi incuriosisce invece qualche crossover, mettere in contatto i miei mondi: Sara e Mina, Lojacono e Ricciardi. Magari prima o poi mi toglierò lo sfizio e mi inventerò qualcosa del genere. A te non piace, l’idea?

10. Quale sarà il tuo prossimo romanzo che potremo trovare sugli scaffali delle librerie? E puoi darci un dettaglio come anticipazione?
M.: La primavera è da qualche anno la stagione di Sara, quindi la donna invisibile tornerà. Ho in mente una storia davvero interessante, che non vedo l’ora di raccontare. Posso dirvi, in anteprima, che riguarderà gli occhi di Sara: e siccome normalmente li tiene bassi per passare inosservata, chissà che succederà se li alza. Ma di questo parleremo ancora, spero. E a lungo.

Intervista a cura di Federica Politi