Intervista a Roberto Carboni

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Roberto Carboni, classe 1968, è nato a Bologna e vive sulle colline di Sasso Marconi. È autore di numerosi romanzi e docente di scrit­tura creativa a tempo pieno. Nel 2015 è stato premiato con il Nettuno d’Oro (in precedenza attribuito, tra gli altri, a Lucio Dalla e Carlo Lucarelli), nel 2016 con il premio speciale Fondazione Marconi Radio Days (precedentemente premiati Enzo Biagi, Lilli Gruber). Nel 2017 ha vinto il Garfagnana in Giallo, nella sezione Romanzo Classic. Nel 2018 è stato vincitore del SalerNoir Festival di Salerno. Con la Newton Compton ha pubblicato con successo Il giallo di Villa Nebbia. Il suo sito è robertocarboni.com.

Ecco l’intervista che abbiamo realizzato:

1) Benvenuto su Contorni di Noir e grazie per la tua disponibilità. Iniziamo con una domanda di rito, qual è l’idea da cui hai tratto spunto per questo nuovo romanzo “La collina dei delitti”, da poco uscito in libreria per Newton Compton?R.: Ogni mio romanzo è formato dall’insieme di tante idee, all’inizio scollegate: satelliti che cercano un centro di gravità comune. In questo caso c’è stato un viaggio in auto con un amico architetto: arrivati sulle colline tra Bologna e Modena mi ha detto, indicando la zona: “Lassù, due miei clienti volevano costruirsi una piscina e io gli ho spiegato che non era un punto adatto”.
In me è sorta la domanda: “Perché?”. E mi sono risposto: “Per via dei cadaveri seppelliti”.
Poi ero affascinato dal mondo del rimosso psichico, da come possiamo dimenticare qualcosa di tremendo che appartiene al nostro passato. Ma soprattutto ero affascinato da come possiamo farlo emergere. In che modo, con quali tecniche; e le conseguenze psicologiche che si generano.
Altro aspetto era la sfida che questo progetto rappresentava: creare una struttura complessa, un intreccio tra presente e passato, oltretutto corale (tre personaggi) che però fosse semplicissimo da leggere e immediato da capire.
Alla fine è uscita la trama della Collina dei delitti. L’intero intreccio è nato in meno di ventiquattro ore. La realizzazione ha richiesto due anni.

2) Il protagonista, Gabriele, è un personaggio molto ben strutturato. È nato insieme a questa storia o già aleggiava nella tua mente da prima? Puoi raccontare qualcosa della sua personalità a chi non ha letto ancora il romanzo?R.: Impiego pochi minuti per abbozzare un personaggio. Poi mi servono mesi per metterlo a fuoco del tutto e renderlo tridimensionale, per trasformarlo da personaggio a persona.
Gabriele Moretti è un architetto trentaseienne estroso e di grande talento, dalla carriera in fulminante ascesa. Ha una famiglia cui è molto legato: la moglie Benedetta (affermata oculista) e una figlioletta di quasi sei anni, Clara.
Dopo aver visto un servizio alla televisione riguardo il ritrovamento di un cadavere (lui pensa di non saperne nulla) la sua vita subisce un brusco mutamento. Le sue notti si popolano di incubi spaventosi e anche durante la veglia incomincia a soffrire di allucinazioni. Ma oltre a questi aspetti psichici, entrano in campo fenomeni tangibili e innegabili: strani sconosciuti che lo avvicinano, che entrano in contatto anche con sua figlia, che nottetempo si inoltrano nel parco della sua villa, che lo osservano come se lo tenessero sotto controllo. E poi inquietanti biglietti anonimi, e altri fenomeni dall’apparenza inspiegabile. Perfino sua moglie e i suoi suoceri sembrano mutare atteggiamento nei suoi confronti.
Da lì, certo di non essere pazzo, Gabriele sente la necessita di capire cosa stia davvero accadendo.

3) In questo thriller si tratta, tra gli altri, il tema complesso dell’ipnosi, a cui il protagonista si affida per cercare di riportare alla luce un passato avvolto dalle ombre. Come ti sei documentato sull’argomento e quale peso assume all’interno della trama nello svilupparsi del romanzo?
R.: Leggendo le opere di molti ipnotisti famosi, primo fra tutti Milton Erickson. Ma anche documentandomi sul simbolismo, il “Libro Rosso” di Jung, per esempio, o “Il Linguaggio dimenticato” di Fromm.
Ho cercato di riprodurre una scrittura che generasse nel lettore un condizionamento simile, in molti aspetti, all’ipnosi. Ne è risultata una scrittura a più strati. Quello della narrazione, semplice e discorsivo, ma anche quello che comunica con l’inconscio del lettore, e che può generare sorprese.

4) L’indagine è portata avanti dal commissario Alvoni, un uomo che non si tira indietro davanti agli ostacoli e che si fida molto delle sue sensazioni con cui integra gli indizi che man mano emergono. Qual è secondo te il suo punto di forza e quale il suo punto debole?
R.: Alvoni per me è umano, quindi non posso identificare difetti e pregi. Perché pregi e difetti non esistono quasi mai, oggettivamente. Si manifestano con la loro contestualizzazione. Un uomo pedante potrebbe essere, proprio per questo motivo, un ricercatore scientifico perfetto.
Così come un ossessivo, compulsivo, fobico e insicuro potrebbe diventare scrittore…
Alvoni rappresenta la legge. E, se si tratta di svolgere un’indagine, non si ferma nemmeno davanti agli ordini che gli impartiscono i superiori. Perché il suo scopo è fare luce sul caso. A tutti i costi e con tutta la propria energia. Il resto non conta più e la sua esistenza è totalmente invasa dal caso che sta seguendo. Possiamo dire che per lui risolvere un caso significhi tornare a vivere.
Alvoni si considera un lupo che vive in un bosco nordico, dove ci sono orsi che possono dilaniarti con una zampata, ma in cui il nemico più temibile resta comunque l’uomo.
Il suo sogno è aprire un negozio di vinili Black Metal in Norvegia.

5) Il male è un concetto e una realtà molto importante per chi scrive romanzi di genere noir o thriller. Determinante. Diventa quasi un protagonista che di libro in libro assume forme diverse e suscita reazioni differenti in chi legge. Tu come lo gestisci e come scegli il ruolo che assumerà nella storia che stai scrivendo?
R.: Il male è presente in noi: il famoso criminologo Robert Simon ha scritto un saggio che si intitola “I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno”. Interpretare il noir non significa scrivere un giallo con morti truculente, ma avere il coraggio di scendere con onestà nelle profondità dell’essere umano: scavare tra il fango, senza pregiudizi né timore di sporcarsi il vestito nuovo. Fino a sentire il contatto ruvido con il nostro inconscio, la parte che per paura chiamiamo Ombra: per prenderne le distanze, come se non ci appartenesse, quasi che il lato oscuro della Luna fosse meno Luna della parte in luce. É sempre lei, la Luna, magnifica e misteriosa. Ed è sciocco temerla.

6) Sei il più grande trasformista che ha l’editoria italiana. Tu riesci a cambiare stile, linguaggio, ritmo e costruzione dei personaggi da un libro all’altro e nessuno dei tuoi lavori è uguale a quello che lo ha preceduto e neppure a quello che lo seguirà. Come ci riesci? Come fai ad avere tante anime e tutte meravigliosamente credibili?
R.: È una conseguenza inevitabile. Non piego la storia verso me. Piuttosto, mi adeguo e la corteggio. Per ogni romanzo studio e pianifico trama e personaggi, ma anche un nuovo linguaggio, che deve essere il più efficace per suggestionare, in quel contesto, il lettore.
Non desidero trasmettere immagini, ma suggestioni. Se scrivo che la casa in cui abito è su una collina e che nel mio giardino c’è un grande albero di noci, il lettore non vedrà davvero la mia casa, la collina o l’albero. Immaginerà ciò che ha vissuto in prima persona o ciò che gli viene dettato dalla sua fantasia. Pertanto, a quella esperienza seguiranno sentimenti che appartengono a lui, non a me. Descrivere troppo, quindi, significa sottrarre emozioni e opportunità al lettore. Lo scrittore deve limitarsi a essere una specie di pista di decollo, sapere esattamente quando la fantasia del lettore potrà spiccare il volo, dando il via al processo di creazione e immedesimazione. Trasformando la semplice letture in esperienza.

7) Nel tuo ultimo romanzo si tocca un tema attualissimo di cui ultimamente si discute parecchio: il circo mediatico anche intorno alle notizie più drammatiche e dolorose. Le pagine che tu dedichi a questo argomento devono essere considerate dai lettori come una sorta di denuncia autoriale a un fenomeno tanto increscioso quanto dilagante?
R.: Oh, ti prego, per rispondere a questa domanda aspettiamo il prossimo romanzo! Manca un anno ma ne vale la pena. Tratterò il boom mediatico della comunicazione “isterica” degli anni ’80. Buona parte della degenerazione attuale affonda lì le sue radici.

8) I protagonisti maschili dei tuoi romanzi solitamente finiscono per mettere in ombra tutti i personaggi femminili, questo mood è una tua scelta, una tendenza, o ancora non hai trovato davvero un personaggio femminile che ti convinca al punto di diventare l’assoluta protagonista e il vero fulcro di una tua storia?
R.: Non saprei, secondo me Il giallo di Villa Nebbia ha come protagonista indiscusse le donne. Gli uomini, compreso il protagonista, sono spettatori, spesso ignari. Accade anche in Bologna destinazione notte. Spesso nelle mie storie i veri protagonisti stanno nell’ombra e il lettore li nota solo alla fine (qui si dovrebbe udire una risatina satanica).

9) Se dovessi dare un solo colore a “La collina dei delitti” che colore sarebbe e perché?
R.: Rosso, che simboleggia passione, fuoco, vigore, forza psichica, creatività e autoconservazione. O semplicemente “il male”, come il titolo che avevo dato io al romanzo: L’arredatore d’inferni.

10) Il tuo ultimo lavoro è uscito da pochi giorni ed è già un successo editoriale, ti stai godendo il momento con un bicchiere di ottimo rosso tra le mani o ti dobbiamo immaginare già al lavoro con altre storie e altri personaggi?
R.: Sono refrattario all’idea di successo. Non riesco ad appiccicarmelo addosso. Mi spaventa perché “successo” significa implicitamente “arrivato”. Io invece voglio continuare a studiare, cercare di migliorare la mia scrittura e le mie storie. Desidero conoscere ancora più in profondità gli esseri umani, per descriverli. Passo le giornate a scrivere, leggere trattati e seguire conferenze: psicologia, antropologia, criminologia, arte, pensiero… e tutta questa turbolenza finisce poi nelle mie pagine. Senza sosta.
Il prossimo romanzo è già stato consegnato. Sono a pagina 210 del romanzo successivo e sto portando avanti un progetto a quattro mani sui luoghi segreti di Bologna. Comunque, il tempo per un bicchiere di vino lo trovo sempre. Alla vostra salute, naturalmente.
Grazie per avermi seguito. Ci vediamo nel buio.

Intervista a cura di Federica Politi e Antonia Del Sambro, “Due nel mirino”