Intervista a Paolo Lanzotti

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Paolo Lanzotti è nato a Venezia e si è laureato in filosofia all’università di Padova. Lettore onnivoro, con predilezione per la divulgazione storica e quella scientifica, ama la musica classica e il teatro di prosa. È autore di diversi romanzi gialli e libri per ragazzi. Le ragioni dell’ombra è il secondo romanzo della serie di indagini di Marco Leon, dopo I guardiani della laguna, entrambi pubblicati con Nord Editore.

Gli abbiamo rivolto qualche domanda proprio in occasione di questo secondo romanzo e queste sono le risposte che ci ha dato:

1.Benvenuto, Paolo. Come ho già scritto nella mia recensione al romanzo, intravedo una bella saga per il tuo Leone di Venezia e i suoi Angeli Neri. Fin dall’inizio avevi pensato di fare così, oppure? E quante avventure, se lo sai già, avresti ancora in testa per il tuo protagonista?
P.: La prima indagine di Marco Leon, “I guardiani della laguna”, era nata con la speranza di dare inizio a una serie. Nel finale, alcune linee narrative – ad esempio la storia d’amore tra Marco e Marion – restano chiaramente in sospeso. È facile, dunque, intuire come la mia intenzione fosse fin da principio farne una saga. Ovviamente, a quei tempi era solo una speranza. Ma ora che la vicenda ha avuto un seguito con “Le ragioni dell’ombra”, sono più fiducioso di poter realizzare il mio progetto fino in fondo. Quante altre avventure vivranno gli Angeli Neri? Non so dirtelo, in questo momento. Sto lavorando alla terza parte della serie, nella quale conto d’annodare alcuni fili pendenti, ma se ci sarà una quarta o una quinta avventura di Marco Leon non sono in grado di preannunciarlo. Banalmente, aggiungo che me lo auguro. Ma tutto dipenderà dalle circostanze e dall’accoglienza dei lettori.

2. Il destino degli Angeli Neri è legato all’Inquisizione di Stato. Cos’erano esattamente e che compiti venivano affidati agli Inquisitori di Stato veneziani?
P.: L’inquisizione di Stato, da non confondere con il Santo Uffizio, era in pratica il braccio operativo del famoso Consiglio dei Dieci. Notoriamente, era composto di tre membri, la cui carica durava, in origine, un anno. In sostanza si occupava della sicurezza della Repubblica. Era quindi una specie di intelligence dell’epoca, l’ufficio di spionaggio e controspionaggio in cui confluivano i rapporti dei consolati e delle ambasciate veneziane all’estero, ma anche quelli delle numerose spie che battevano le calli e i campielli della città col compito di verificare gli umori della popolazione e denunciare eventuali complotti contro le istituzioni. Poiché, come si sa, Venezia era di fatto un’oligarchia, l’Inquisizione si occupava anche di controllare la fedeltà alla Repubblica del patriziato, asse portante dell’organizzazione politica, e di tenere sotto controllo il suo comportamento e la sua moralità. In questo campo era piuttosto severa. Ma devo dire subito che il suo operato era molto meno “spietato” di quanto tramandi la leggenda ottocentesca. In realtà, se un patrizio si comportava in modo non adeguato al suo ruolo, spesso bastava che il fante dell’Inquisizione si presentasse alla sua porta e che lo redarguisse. Il più delle volte questo era sufficiente a fargli cambiare rotta e non c’era bisogno di procedere oltre. Concludo dicendo che l’Inquisizione non aveva agenti propri, al suo servizio. I miei Angeli Neri sono una pura invenzione narrativa.

3. Cosa ti ha portato a scegliere come tuo protagonista il giovane Marco Leon “cacciato e rinnegato” dalla meschinità del padre per un matrimonio sbagliato? E perché, anche in seguito, nonostante la morte del genitore e della moglie, hai deciso di continuare a relegarlo in una specie di “limbo” sociale?
P.: Come scrittrice, tu sai meglio di me che il protagonista di un romanzo deve avere delle caratteristiche “forti”, per essere apprezzato. Per dirla in parole povere, è bene rendergli la vita difficile. Un personaggio tranquillo, a cui va tutto bene, che vive serenamente e senza troppi problemi, difficilmente resta impresso nella memoria e suscita simpatie nei lettori. O, almeno, così credo io, pronto eventualmente a essere smentito. Quindi, nel tratteggiare la figura di Marco Leon, mi sono chiesto quali problemi esistenziali avrebbero potuto rendere difficoltosa la vita di un patrizio dell’epoca e ho scelto il ripudio familiare. Marco Leon è un giovane nobile costretto a vivere quasi come un popolano, con tutte le conseguenze che questo comporta, sia sul piano pratico che psicologico. In quanto alla morte della moglie, Lucia, credo che perdere la compagna o il compagno della vita sia una delle tragedie più grandi che un essere umano possa affrontare. Ovviamente, se tra i coniugi c’era un legame d’amore serio e profondo. Ho messo insieme le due cose, ripudio familiare e morte, dando comunque al povero Marco una speranza di rinascita nella persona di Marion. In quanto alla sua posizione sociale, la faccenda è più complicata. Uno scandalo come quello vissuto dal Leone di Venezia sarebbe stato difficile da dimenticare, all’epoca. Vedremo cosa si potrà fare.

4. Hai introdotto nella tua storia un bel personaggio, il console inglese Sir Joseph Smith che, arrivato giovanissimo a Venezia, nel 1753 aveva 71 anni. Cosa lo distinse soprattutto nella sua lunga vita?
P.: Joseph Smith è un personaggio importante, per Venezia, anche se la sua figura non è notissima, al di fuori dell’ambiente degli studiosi. Innamorato della città, è stato console inglese nella Serenissima dal 1744 al 1760. Fu anche banchiere e uomo d’affari. Ma la sua fama è legata soprattutto al mondo dell’arte. Era un mecenate, un appassionato collezionista e un esperto di pittura. Basti pensare che ebbe un’influenza fondamentale nella carriera di Antonio Canal, il famoso Canaletto. A questo punto, tuttavia, sono obbligato a precisare che il mio Joseph Smith è una figura ampiamente romanzata. Nel tratteggiarlo ho cercato di mantenere una certa aderenza storica ma – sarebbe quasi inutile precisarlo – le vicende in cui lo coinvolgo sono del tutto immaginarie. Inoltre, essendo comunque un personaggio secondario, nella trama, ho dovuto ignorare aspetti della sua vita che avrebbero meritato maggior attenzione, ma che avrebbero anche appesantito inutilmente la storia.

5. Questa volta la bella e altera Lady Marion, gradita ospite del console Smith, attraversa il romanzo e assume da sola decisioni strettamente personali. Quanto conta o potrà contare la sua scelta nel futuro di Marco Leon?
P.: Conterà moltissimo. Lady Marion è, a tutti gli effetti, la coprotagonista del romanzo e, se la saga andrà avanti, lo sarà sempre di più. Nella storia, a lei sono affidati alcuni compiti cruciali. Dare a Marco Leon una speranza per il futuro. Garantire alla vicenda un punto di vista femminile. Osservare “da dentro” il mondo dell’aristocrazia. Aiutare gli Angeli – ma questo avverrà in seguito, spero – nelle loro indagini. La figura di Marion è ricalcata, in parte, su quella di certe nobildonne e borghesi dell’epoca. A Venezia le rappresentanti dell’aristocrazia e della borghesia godevano di una libertà insolita. Tale libertà si esprimeva, a volte, in quella amoralità, in quella superficialità di atteggiamenti, in quella futilità del vivere quotidiano che a Marion risultano tanto indigeste. Ma dava anche luogo a situazioni difficilmente immaginabili in altre nazioni europee. Molte veneziane erano impegnate attivamente nella vita economica della Repubblica. Non avevano cariche istituzionali – sarebbe stato impensabile, in quegli anni – ma trattavano affari, gestivano patrimoni, mandavano avanti con successo l’attività di famiglia. Erano insomma “donne in carriera”, come diremmo oggi, decise e sicure di sé. Ho tratteggiato il personaggio di Marion avendo presente questo tipo di figura femminile. Nello stesso tempo me ne sono servito come contraltare, per mettere in luce l’altra faccia della medaglia. Quella della Venezia decadente, ormai avviata alla conclusione della sua vicenda storica.

6. Come comparse o inseriti in camei, troviamo nelle pagine anche di questo romanzo tanti grandi artisti. Dovendo fare una scelta, quali trovi maggiormente rappresentativi per la Serenissima nel 1700?
P.: Difficile fare una scelta. Personalmente credo che una figura rappresentativa, in grado di testimoniare lo spirito del tempo con i suoi diversi chiaroscuri, possa essere Carlo Goldoni. Era un uomo tranquillo, di successo, ma anche un individuo incline a vivere al di sopra delle proprie possibilità economiche e dunque a farsi coinvolgere in situazioni poco chiare, come molti dei suoi concittadini. Goldoni conosceva bene la società del tempo forse proprio perché ne condivideva le contraddizioni. In ogni caso, assistere alle sue numerosissime commedie è come sfogliare un manuale di storia della vita quotidiana. Da sole bastano a far conoscere la Venezia dell’epoca nei suoi aspetti più comuni.
Volendo citare un secondo personaggio ben noto, un’altra figura rappresentativa dovrebbe essere quella di Giacomo Casanova, furbo intrallazzatore, spia e libertino senza scrupoli, come molti veneziani del tempo. Tuttavia confesso di non essermi mai fidato troppo delle sue testimonianze. Le “Memorie” che ci ha lasciato contengono diverse informazioni ma sono anche, con tutta evidenza, una palese autocelebrazione. È quindi difficile distinguere la realtà da una certa tendenza alla millanteria.
Mi permetto, infine, d’invadere un campo che non è il mio, citando alcuni pittori. Tutti conosciamo nomi come quelli di Tiepolo o di Francesco Guardi. Recentemente c’è stata una doverosa riscoperta di Rosalba Carriera. Ma gli artisti che, personalmente, mi sono più cari sono Canaletto e Pietro Longhi. Le loro rappresentazioni del paesaggio cittadino e della vita quotidiana sono esemplari e mi sono state preziose per immergermi nella Venezia settecentesca.

7. Nel tuo libro assume rilevanza la Cronaca nera di La Gazzetta, foglio distribuito ai veneziani. Insomma siamo quasi al quotidiano? Quante interessanti pubblicazioni editoriali erano diffuse sulla laguna in quel secolo?
P.: La gazzetta di cui si parla nei miei romanzi è una pura invenzione. A quell’epoca si stampavano alcuni fogli informativi, a Venezia: quelli che noi chiameremmo “giornali”. Ma non avevano cadenza fissa ed erano, per lo più, fogli di critica letteraria o musicale, se non raccolte di pettegolezzi. Erano comunque rivolti all’élite sociale e culturale. Il popolo ne era escluso o se ne disinteressava. Tuttavia sappiamo che il ‘700 è stato il secolo in cui è esplosa l’informazione a mezzo stampa. Ho quindi immaginato un giornale con caratteristiche quasi moderne e l’ho collocato in questo ambito. Una piccola forzatura storica, forse, nata ancora una volta da esigenze narrative. In quanto poi alla rubrica Cronaca Nera si tratta chiaramente di uno scherzo. Mi sono divertito a immaginare che il nome con cui oggi indichiamo la cronaca giudiziaria sia nato a Venezia da un suggerimento di Marco Leon. Cosa, ovviamente, impossibile. Ma, a volte, è bello giocare con le parole, non credi?

8. E collochi come “giornalista” acuto e pettegolo della Gazzetta, il tuo Faber, che però fai imprigionare dalle guardie dell’Inquisizione. Impensierita per la sua sorte, ti chiedo dove sarà finito e se lo ritroveremo in futuro?
P.: Così come il suo foglio d’informazioni, anche il gazzettiere, Luciano Pasqui, in arte Duprè, è una figura del tutto immaginaria. Come ogni giornalista serio, d’ogni epoca, tende a mettersi nei guai in nome della verità. Ma sta’ tranquilla. Sono sicuro che uscirà di prigione a breve. Il suo ruolo è importante, nelle mie storie. Non potrei fare a meno di una figura come la sua.

9. In questo romanzo mi pare di intravedere una precisa scelta di attribuire equamente sia virtù e fatali debolezze che colpe e orrendi misfatti alle diverse classi sociali. Quali furono a quell’epoca i peggiori torti dell’oligarchia repubblicana veneta?
P.: Ora mi fai una domanda che andrebbe rivolta a uno storico di professione. Io non lo sono. Ovviamente, prima di scrivere i miei romanzi mi sono dovuto documentare a lungo e continuo a farlo, tuttora, con un certo accanimento. Ma rispondere a un simile quesito richiede una competenza che non mi sento di attribuirmi. Posso darti solo un parere personale. Da quanto mi sembra d’aver appreso grazie ai miei studi in materia, credo che il torto maggiore dell’oligarchia veneziana settecentesca – ma anche di una certa borghesia – sia stato non aver compreso i cambiamenti di natura economica in atto. Venezia era sempre stata una città mercantile, rivolta verso il mare, e pochi, tra i governanti dell’epoca, si sono resi conto che i tempi stavano cambiando. Con qualche importante eccezione, gli uomini delle istituzioni sono rimasti legati al passato e non hanno fatto granché per adeguare alle nuove esigenze la struttura produttiva della Repubblica. D’altra parte, la stessa cosa si può dire dell’ambiente lavorativo. Per fare solo un esempio, la Venezia del ‘700 rimane tenacemente legata a quel sistema di corporazioni chiuse che aveva avuto un valore nei secoli precedenti ma che, con l’avvento dell’industria, diventa un peso e un ostacolo per qualsiasi rinnovamento. Come dire che, se l’oligarchia al governo ha avuto le sue colpe, anche la borghesia ha fatto la sua parte.

10. Nel 1753 Venezia si riflette ancora nel fastoso specchio del suo passato che ben si rappresenta nelle splendide giornate della Festa della Sensa. Che origini e quali caratteristiche ha l’amatissima ricorrenza lagunare dell’Ascensione?
P.: La festa, con il suo famoso “sposalizio con il mare”, risale probabilmente all’anno mille e, secondo gli storici, viene istituita a ricordo delle imprese del doge Pietro Orseolo II. Da quel momento diventa sempre più una celebrazione della potenza militare ed economica della Repubblica, nonché l’affermazione del suo dominio sui mari. Insomma, un’esaltazione patriottica dell’orgoglio nazionale. Nel ‘700, di questo orgoglio era rimasto ben poco. Venezia, ormai, era una pedina secondaria nello scacchiere politico europeo. Si continuava tuttavia a celebrare la ricorrenza con grande enfasi. La festa durava parecchi giorni e attirava visitatori da tutta Europa. Il suo cuore era rappresentato, appunto, dalla cerimonia dello sposalizio, con il lungo e variopinto corteo delle barche che seguivano l’imbarcazione dogale, il Bucintoro, fino al Lido, dove il Doge gettava in acqua un anello d’oro per rinnovare il simbolico matrimonio con il mare. Seguivano poi diverse cerimonie ufficiali. Il popolo partecipava a ogni evento con entusiasmo. Ma non era strano. A quell’epoca tutte le scuse erano buone per fare festa. Figuriamoci la Sensa!

Intervista a cura di Patrizia Debicke