Intervista a Filippo Venturi

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Filippo Venturi (1972) gestisce una trattoria in centro a Bologna. Ha esordito nella narrativa nel 2010 per Pendragon, con cui ha pubblicato una raccolta di racconti e due romanzi. Collabora con “la Repubblica” di Bologna, su cui ha tenuto per molti anni la rubrica “Dietro al banco”, una sorta di Tripadvisor al contrario in cui è il ristoratore a recensire i clienti. Nel 2018 ha pubblicato per Mondadori la prima black comedy con l’oste-detective Emilio Zucchini, Il tortellino muore nel brodo, e nel 2020 è uscito il suo secondo caso, Gli spaghetti alla bolognese non esistono, vincitore del premio Giallo a Palazzo Web. Insieme al cestista Gianmarco Pozzecco ha scritto Clamoroso. La mia vita da immarcabile (Mondadori, 2020).

In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo “È l’umido che ammazza”, edito da Mondadori, gli abbiamo voluto rivolgere qualche domanda:

1. Bentrovato su Contorni di Noir a Filippo Venturi, e grazie per la disponibilità. Da poco in libreria con il terzo romanzo con protagonista l’oste Emilio Zucchini, “È l’umido che ammazza”: da quale idea hai preso spunto per scrivere questa storia?
F.: Grazie mille a voi di questo bello spazio e delle vostre parole. Un paio d’anni fa avevo letto la notizia di questa ragazza senza memoria che vagava per la stazione di Vigevano (o lì nei pressi), la quale affermava con convinzione di essere Julia Roberts. Sono rimasto rapito. Ho cominciato a pensare a lei continuamente. Noi autori siamo sempre alla ricerca di fatti curiosi, bramosi di ricamarci sopra una storia. La fantasia è un radar che capta tutto ciò che le gira attorno, è una ragnatela implacabile. Da lì sono partito, cercando di disegnarle un percorso a ritroso. Avevo voglia di scrivere una storia diversa, un po’ più “scomoda” delle precedenti, un po’ più italiana, che avesse a che fare di più con l’attualità. Così è nata la “mia” Susan Sarandon e il collegamento con le feste con la droga nel bicchiere, alla Alberto Genovese, per intenderci, (che era ciò che volevo “denunciare”) è venuto automatico.

2. Emilio Zucchini è l’oste di una trattoria di Bologna. Un quarantenne che spesso si trova a indagare in maniera ufficiosa su eventi che si verificano nella sua città. Ma quali sono i suoi punti di forza e quali sono i suoi punti deboli?
F.: Emilio è sicuramente un uomo in gamba, assolutamente perspicace, ma anche molto comune,  nel senso “umano” del termine. È uno che ascolta le persone, che sa stare in mezzo alla gente, che si fa voler bene. A me la sua naturalezza suscita simpatia. Un suo punto debole è sicuramente narrativo e quindi diventa mio: lui non è un commissario, che arriva sulla scena del crimine per forza ed entra nella storia dalla porta principale. Zucca è un oste e per portarlo nel vivo dell’indagine a volte bisogna varcare la stretta soglia del verosimile.

3. Alice, la sua cameriera nonché sua amica, non è l’unico personaggio femminile di questo romanzo. Vuoi raccontare al lettore quali sono le altre donne presenti e quali sfumature aggiungono alla narrazione?
F.: Alice, Elena e Rebecca sono le protagoniste di questo libro. E sono anche le figure femminili con cui interagisco da più di vent’anni, perché sono cameriere. Credo che questa scelta non sia stata casuale. Volevo dire la mia su un argomento che dovrebbe farci sentire tutti parte in causa. In Italia permettiamo che ogni giorno ottantanove donne siano vittime di reati di genere. Significa che una donna viene colpita ogni quindici minuti, tra maltrattamenti, stalking, revenge porn, fino ai casi estremi di violenze sessuali e femminicidi. Io ho sentito la necessità di dare una mia testimonianza di solidarietà e vicinanza. Per farlo, mi sono messo nelle mani delle persone fidate, quelle che mi conoscono meglio e che io conosco meglio. Ho messo in prima linea le mie cameriere con il mandato di proteggere tutte le donne.

4. La pandemia di Covid è un argomento spinoso. C’è chi decide di inserirla nella storia che sta scrivendo, chi preferisce evitarla. Tu perché hai deciso di metterla in questo nuovo romanzo?
F.: C’ho pensato a lungo. Sapevo che era un rischio. La gente, di sentire parlare di pandemia, oggi non ne ha più mezza voglia. Ma nemmeno ieri. Però io sono un ristoratore, proprio come Zucchini, e andare avanti a scrivere un terzo caso facendo finta di niente, ignorando un periodo come quello appena trascorso, che per noi è stato davvero totalizzante, sarebbe stato come mettere la testa sotto la sabbia. Sarebbe stata una mia falsità.

5. Se dovessi scegliere un sentimento, che più di altri, attraversa l’intero corpo della storia, quale sarebbe e perché?
F.: La speranza. Sempre e comunque la speranza. Zucchini è un ottimista. Io lo sono. Si va avanti qualunque cosa succeda, sempre col sorriso sulle labbra. La vita è un percorso a senso unico, se sorridi costa uguale.

6. Mai come in questo ultimo romanzo hai deciso che gli stati d’animo di tutti i protagonisti, la stessa squadra di inquirenti diventassero quasi luoghi fisici, quasi posti reali. Quanta fatica ti è costata un lavoro del genere e come è cambiata la tua scrittura in questo ultimo libro?
F.: Ogni singolo stato d’animo di questo romanzo è ben delineato. È un capitolo più cupo dei due precedenti, sicuramente più dark; l’ho già detto: è più italiano, come giallo, meno americano. Ed è così perché il mio stato d’animo era più cupo del solito. Ho iniziato a scrivere questo libro esattamente quando questa storia parte: terza settimana di novembre del 2020, ai prodromi della seconda ondata, la più dura e tragica per tutti, anche in termini di vite umane perdute. Da ristoratore, per quel che vale, la mia serranda tornava a scendere. Certi sentimenti sono lì, in mezzo a quelle pagine. E non è un caso che Emilio risulti un po’ più in difficoltà, o comunque sia meno brillante; mentre Iodice, il suo antieroe, al contrario è più spigliato, a tratti quasi simpatico. Almeno è quello che è parso a me.

7. Bologna è circondata da borghi e paesini meravigliosi eppure tu non li avevi mai nominati nei passati romanzi, credi che potranno diventare una location principale e protagonista di qualche futuro tuo scritto?
F.: In realtà nel romanzo “Gli spaghetti alla bolognese non esistono” c’è uno spaccato finale sulla Bassa bolognese, con un sentito elogio a quei campi, a quei colori, a quegli odori, a quei silenzi. Bologna è bella dappertutto e una mia “missione” è quella di decantarla sempre. Tutta.

8. Con È l’umido che ammazza hai definitivamente convinto che sei uno dei nostri autori più bravi a fare black comedy, ma se dovessi cambiare genere o desiderare di sperimentare altro su cosa punteresti, romanzo per ragazzi, saggio, commedia vera e propria?
F.: Non saprei, vivo alla giornata, come dicono certi allenatori di calcio a rischio esonero. Scherzi a parte: io mi nutro di ispirazioni, vado dove mi porta la fantasia; spero si diriga ancora verso Zucchini, perché fondamentalmente ho scoperto di avere bisogno di lui. Ma non è detto che succeda. Se avessi la bacchetta magica e potessi scegliere di cambiare e in che direzione andare, direi verso i ragazzi, tutta la vita.

9. Se la tua trilogia fosse un colore, che colore sarebbe e perché?
F.: Ogni caso ha il suo colore, che è sempre ben rappresentato dalla copertina disegnata da Pino Sartorio e dagli altri dell’ufficio grafico Mondadori. Nel “Tortellino muore nel brodo” per esempio, c’è un bellissimo azzurro-incoscienza, simbolo del mio salto nel vuoto verso un mondo nuovo, cioè il “grande” pubblico. “È l’umido che ammazza” è giallo, un fantastico giallo Mondadori vintage che è stato un colpo al cuore per me quando mi è stato presentato per la prima volta. Un onore grande.

10. Scegli una sola frase del tuo ultimo romanzo che ti piace di più e regalala ai nostri lettori.
F.: La frase è questa:
In questo periodo di grandi incertezze
diffuse, Zucca di una cosa è fermamente convinto: se il futuro
della sua professione significherà cuocere delle tagliatelle
per metterle in una vaschetta di alluminio da consegnare
a un rider, lui cambierà mestiere.

Intervista a cura di Federica Politi e Antonia Del Sambro, “Due nel mirino”