Intervista a Naomi Alderman

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Naomi Alderman è l’autrice del bestseller Ragazze elettriche (Nottetempo, 2017), che ha vinto il Baileys Women’s Prize for Fiction 2017, è stato selezionato per l’Orwell Prize 2017 e scelto come uno dei migliori libri dell’anno dal “New York Times”, dal “Washington Post”, dal “Los Angeles Times”, da NPR, da “Entertainment Weekly” e dal “San Francisco Chronicle”. Ragazze elettriche è in cima alla lista dei libri preferiti di Barack Obama, è stato tradotto in più di trenta lingue e trasformato in una serie televisiva per Amazon Prime Videos. Naomi Alderman è cresciuta a Londra e ha frequentato l’Università di Oxford e l’Università dell’East Anglia.

L’abbiamo incontrata in occasione della pubblicazione del suo nuovo romanzo, “Il futuro“, pubblicato da Feltrinelli editore, partendo dal riassunto che fa l’autrice:

“Il Futuro” è un romanzo che mette in scena un manipolo di tech-miliardari, persone che conosciamo tutti benissimo. Tanto più se teniamo conto che otto su dieci delle persone più ricche al mondo sono tech-miliardari. Tre di loro all’inizio del libro ricevono un messaggio che dice loro che devono scappare, fuggire al più presto. E andare a raggiungere il loro bunker di sopravvivenza. Perché devono fuggire? Perché sta arrivando l’Apocalisse. Dopodiché con un flashback vediamo come si è arrivato a questa situazione. E vediamo come alcuni dirigenti di queste società tecnologiche intente a provare a “rubare” il controllo di queste aziende escogitando un “trucco”. Come si fa a rubare una grande azienda tecnologica? Beh, per saperlo dovete leggere il libro.

Uno dei personaggi che andremo a incontrare è l’assistente personale dell’amministratore delegato di questa piattaforma, Fantail, la quale incontra una giovane influencer dell’apocalisse della quale si innamora. E questa è una brutta notizia perché se stai architettando un grande piano per sottrarre una grande azienda tecnologica al tuo capo e ti innamori di una giornalista le cose rischiano di complicarsi.

E in effetti queste persone si trovano ad affrontare una trama che supera le loro aspettative di complessità. All’interno del romanzo c’è una storia d’amore, perché affrontare la fine del mondo senza concedersi anche un po’ di amore?

1. Perché secondo te le persone tendono ad avere maggiore fiducia nell’intelligenza artificiale rispetto a seguire il proprio istinto o fidarsi di un consiglio da parte di un essere umano, domanda motivata anche da chi lavora proprio nell’ambito della tecnologia e sa benissimo come funziona?
A.: Una domanda molto complessa e interessante, non credo ci sia un’unica risposta, la domanda in realtà riguarda la natura umana che dobbiamo cercare di capire nel suo insieme. Mi sembra che ci siano alcuni aspetti in comune o che ci ricordano l’Impero romano o l’Oracolo di Delfi.
Questa idea che ci sia un oracolo o un profeta che vada a interpretare le interiora degli uccelli per dirci qualcosa del nostro futuro è esattamente questa. Ci si chiede perché non si possa avere fiducia invece in noi stessi. Credo che questo abbia a che fare con una sorta di istinto religioso, che è il grande non detto di Silicon Valley. Sono convinta che moltissime persone a Silicon Valley provino un reale istinto religioso nei confronti della tecnologia e poiché queste convinzioni non sono espresse diventa molto difficile coglierle e lavorarci. Invece non lo facciamo e diamo risposte di tipo economico legate all’acquisto di determinate cose. Secondo me dobbiamo capire che è lo stesso tipo di conforto, che c’è sempre stato e risale a millenni fa e che porta a pensare: “Quando sarò morto, il mio cervello sarà trasferito in una cellula tecnologica”, solo che queste persone si ritengono talmente sofisticate per ammettere di avere una pulsione religiosa.

2. Bellissimo il capovolgimento della storia dell’”Orso e i campeggiatori”. Tutto il romanzo è vivo, ricchissimo di “schegge culturali” dell’”interazione tra capitale e tecnologia”. Affronta molti dibattiti fondamentali, li mette in scena. Ho letto i ringraziamenti, tra gli altri, a Lanier e Rushkoff. Puoi dirci delle tue letture utili mentre ti preparavi a e/o scrivevi “Il Futuro”?
A: Ho lavorato nell’industria tecnologica negli ultimi vent’anni. Questo è certamente stato utile. Ho visto start-up tecnologiche cominciare come luoghi estremamente utopici, dove le persone pensavano di poter fare davvero la differenza fino a… svendersi. Solo un’altra forma di capitalismo estrattivo. Passare dall’essere fornitori di veri servizi a comportarsi come spacciatori di droga, provando a farci diventare dipendenti così che non possiamo smettere. Lanier ha scritto un libro meraviglioso che si intitola Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi social network. Douglas Rushkoff ha scritto questo meraviglioso libro che si chiama Survival of the Richest, che tratta della Bunker culture. È là fuori, di pubblico dominio, cosa stanno facendo questi miliardari? La questione è perché non vogliamo vedere, non vogliamo riconoscere, che c’è una genuina follia in questi individui che gestiscono queste potenti organizzazioni.

3. Un vulcano erutta e la cenere e il gas emessi creano una sorta di schermatura atmosferica. Passa un anno. I raggi solari arrivano con difficoltà al terreno, fa freddo, i raccolti falliscono, malattie e disordini imperversano. Siamo in Europa, è il 1816, l’anno senza estate. Mary Shelley scrive Frankenstein. La grande cecità di chi scrive, di cui parlava Amitav Ghosh, è ben affrontata sembra. Negli anni senza inverno che romanzo immagini? È cambiato per te? Come struttura, trope, priorità?
A: Ma non ci siamo ancora arrivati. E credo che questo sia un punto davvero importante. Un punto che affronta il romanzo è questo nostro affrettarsi verso le certezze. L’essere umano ama le certezze, le ama così tanto, per fare un esempio è come se una persona che deve fare un colloquio di lavoro ed è preoccupata ma non sente la sveglia e se ne rimane a letto. E non va al colloquio ma è contenta perché almeno non deve più affrontare quel colloquio. Oggi, in questo momento, siamo di fronte a grandi paure e grandi incertezze e io credo che dobbiamo stare dentro a queste paure e incertezze o rischiamo di fare come questa persona con il colloquio di lavoro. Mettiamo la testa sotto il cuscino. La fiction forse ci sta spingendo ad andare avanti nel tempo, a un’epoca in cui tutto sarà davvero finito, mandato a monte e tutto sarà rovinato perché non è vero. Abbiamo questo impulso che siamo fottuti e che le cose non possono migliorare ma dobbiamo resistere a questo impulso. Abbiamo visto il cambiamento climatico e questo causa paure. Ma dobbiamo resistere e continuare a vivere e fare esperienza di questa paura. Dal punto di vista psicologico se riusciamo a starci dentro questa paura ci permetterà di agire e non solo a scrivere su Twitter. Ad agire con il sistema e fare tutto quello che serve per risolvere i problemi. Ci sono stati alcuni lettori e lettrici che mi hanno rimproverato, mi hanno parlato della rabbia che hanno provato perché il libro non è abbastanza disperato, non genera abbastanza disperazione. Oggi sembra che la disperazione sia una sorte di consolazione. Questo perché, per usare il gergo calcistico, la partita è ancora da giocare.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa e Antonio Vena