Intervista a Harald Gilbers

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(c) Cecilia Lavopa

Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969) ha studiato letteratura inglese e storia moderna e contemporanea. Prima di diventare regista teatrale, ha lavorato come giornalista delle pagine culturali e per la televisione. I suoi gialli sono tradotti in francese, polacco, danese e giapponese. Il primo romanzo della serie dell’ex commissario Oppenheimer, Berlino 1944. Caccia all’assassino tra le macerie (pubblicato da Emons nel 2016), ha vinto il Glauser Preis 2014, uno dei più importanti riconoscimenti per i gialli in Germania, mentre il secondo romanzo, I Figli di Odino, ha ottenuto in Francia il Prix Historia 2016.

1. Ci ritroviamo dopo circa quattro anni dalla nostra intervista su Contorni di Noir nuovamente a chiacchierare della tua ultima creatura. Il Commissario Oppenheimer è diventato meno “protagonista” e ha lasciato spazio a diversi comprimari. Questa scelta nasce dal fatto che hai creduto fosse venuto il momento di togliergli un po’ le luci di dosso o perché alcuni di questi comprimari si sono rivelati più interessanti del previsto?
G.: Penso che Oppenheimer sia in realtà, con questo ultimo romanzo, un personaggio già ben caratterizzato attraverso quello che abbiamo letto nei romanzi precedenti e anche per me stesso, quando scrivo un nuovo romanzo, so già qual è la sua prospettiva, quindi mi voglio ripetere.
Questo è un po’ dovuto al genere: nella prima fase c’è lo sviluppo molto importante del personaggio, però adesso lui si è stabilizzato come un tipico commissario, un po’ alla Maigret, quindi sappiamo che tipo è e come ragiona. Così quando arriva sul luogo del crimine, seguiamo più le indagini. Certo, questo è una specie di limitazione, da un lato, ma è così.

2. Sebbene siamo già arrivati al settimo libro della “serie del commissario Oppenheimer” il tempo trascorso sui racconti – rispetto a Germania per esempio – non è tantissimo, circa cinque anni, ma sono stati anni davvero intensi per la popolazione berlinese. Questa tua capacità di fornire al lettore una incredibile quantità di informazioni storiche viene da una lunga ricerca, ma è facile accedere alle informazioni di quel periodo oppure no?
G.: Per il periodo finale della seconda guerra mondiale e quello appena successivo, ci sono molte fonti a cui attingere, anche perché ci sono diari, racconti di testimoni oculari a cui fare ricorso per conoscere qual era la vita di queste persone. Mano a mano che si va avanti nel tempo, è più difficile avere questo tipo di informazioni sulla vita privata, quindi ci si deve rivolgere ad altre fonti, pezzi di giornale, film, per ricostruire quella realtà.

3. Oppenheimer dà sempre l’impressione di essere “lento” – si lamentano anche di come guidi – ma invece è il suo tratto distintivo: un uomo che cerca comunque di rimanere distaccato, non per insensibilità, ma per poter vedere meglio ciò che accade. Quanto c’è di Harald in Gilbers e quanto no?
G.: Forse ci sono forse dei paralleli con me stesso. Direi che il distacco sia un tratto tipico della personalità tedesca. Se ci penso, in effetti lui è uno a cui piace riflettere – anche se ogni tanto perde la pazienza! – però ha questo modo di cercare di rimanere distaccato, visto dal di fuori, per cercare di entrare nelle personalità, di capire i criminali sui quali sta indagando. Come scrittore, è chiaro che qualcosa può esserci qualche punto in comune con il personaggio, però le figure devono essere nettamente separate. Secondo me il punto di contatto con Oppenheimer è l’amore per la musica.

4. Dopo tanti anni a scrivere di questo momento delle storia tedesca, continua a capitare di trovare qualcosa di nuovo o di poco noto da portare dentro a un romanzo?
G.: In realtà ne ho già scritto un altro e due sono in preparazione (ride). C’è un sacco di materiale, basta solo cercarlo. Cerco di procedere in maniera cronologica, i miei romanzi procedono di anno in anno come linea temporale e di ogni periodo cerco i punti più salienti per elaborarne la storia. Cerco di cambiare le storie criminali, rivolgendomi a un subgenere che non sia proprio quello classico come ad esempio parlare del serial killer. Mi sono rivolto al crimine organizzato, al crimine politico, per cercare di mantenere una certa originalità.

5. Tra i personaggi comprimari di Oppenheimer qual’è quello che ha richiesto un maggior tempo di gestazione, o che ha dato maggiori difficoltà nel caratterizzarlo?
G.: Magari ci sono personaggi di contorno che trovano una funzione in seguito, che sbocciano più tardi. Come ad esempio nel primo romanzo c’era Hauptsturmführer delle SS che alle fine avrebbe dovuto morire. Poi, dopo varie prove di lettura, ho deciso di farlo sopravvivere perché molto interessante e riemerge in seguito riciclato nei servizi segreti tedeschi. Questo è anche per raccontare come nel periodo nazista tanti fatti siano stati messi sotto al tappeto. Questi personaggi conducono una propria vita, al di là di quello che viene raccontato in primo piano e magari riemergono successivamente sotto altre spoglie. Nel nuovo romanzo Oppenheimer si confronta con un personaggio incontrato in passato in circostanze diverse. Questo ci permette di affrontare attraverso questi nuovi incontri nuovi temi e nuovi argomenti, permettendoci di illustrare il passare del tempo.

6. La tua costante e indefessa indagine tra i capitoli più scomodi della storia tedesca è talmente ben intersecata con la trama dei tuoi gialli, che i lettori si trovano quasi automaticamente a essere coinvolti in questa indagine storica. La cosa ha una sua logica o pensi che sia solo una conseguenza naturale? Mi spiego: è ciò che cerchi di indurre nei lettori in modo consapevole, quasi a volerli far riflettere sul passato?
G.: Quando inizio a scrivere un romanzo ho chiaro l’anno in cui si svolge la storia, qual è grosso modo il tema che voglio trattare, ma all’inizio non ho tutte le risposte e non ci sono concetti stabiliti una volta per tutte. Per lavorare mi informo, faccio ricerche sul contesto storico, però spesso il contesto cambia la storia che voglio raccontare e viceversa. Succede che io vorrei porre delle domande, ma io stesso non ho le risposte.
Naturalmente nel porci queste domande siamo all’interno del genere noir, del romanzo poliziesco che ha le sue regole, abbastanza ferree. In più c’è la realtà di cui bisogna tenere conto. Per me è interessante come pormi nel dualismo tra le regole del genere e la verità che voglio raccontare. Penso che l’azione criminale, il plot, non debbano andare a scapito della realtà, non deve diventare troppo fantastica la storia che voglio raccontare, ma deve essere sempre radicata nella realtà.

7. Ogni libro, fin dal principio, mette in netta contrapposizione la società “reale” con quella politica. In ogni momento la distanza tra loro è evidente, così com’è evidente per quale parteggi Oppenheimer: ha visto prima i suoi connazionali perdere l’anima al seguito del nazismo, qui ora deve affrontare gangster che si approfittano dei più deboli, ma anche la nascente minaccia sovietica. È credibile il suo essere così tetragono e non cedere mai?
G.: Sì, certo, perché Oppenheimer in fondo è una grande idealista, porta dentro se stesso i ricordi e le emozioni terribili vissuti durante la guerra, anche per la sua condizione di ebreo e poi questo potere dei sovietici che aumenta. Quindi deve cercare di tenere sotto controllo tutto questo, ma lotta per non perdere il suo punto di vista. Sa che non può andare sempre dritto per la sua strada e che anzi deve utilizzare delle vie di fuga, prendere delle strade secondarie, ci sono dei limiti alla legalità. Lui non demorde ma sa che in certi casi deve cedere, per non perdere di vista il suo senso di giustizia. Tra l’altro Wenzel, il suo ex collega, in questo romanzo rappresenta proprio queste qualità, potrebbe denunciare Oppenheimer ma, al contrario, lo aiuta.

8. Sono passati circa quindici anni da quando hai cominciato a scrivere queste storie e c’è voluto tanto per trovare degli editori tedeschi disposti a pubblicare i tuoi romanzi. Questa combinazione tra nazismo, anche se romanzato, e crime story, rappresentava un tabù per gli editori? È  più cambiato Gilbers nello scrivere questi romanzi o il suo personaggio Oppenheimer nel vivere le storie che hai realizzato per lui?
G.: In effetti il mix fra il periodo nazista e un genere popolare come il giallo, all’epoca era qualcosa che non si riusciva a definire e incasellare da qualche parte. Perché non era un romanzo storico, poiché in presenza di troppi elementi di un giallo classico e per un giallo classico c’era troppa storia e non sapevano come pubblicizzarlo. Quindi non è stato facile sicuramente, ma sciolti i vari dubbi poi non ci sono stati problemi.
Mi sento un po’ come un archeologo che cerca di capire che cosa è successo davvero. Dal punto di vista di scrittore, ormai nei romanzi alcune dinamiche per me sono diventate routine, nei primi ci dovevo lavorare molto di più. In genere, quando comincio, ho pronta in testa la storia, poi cerco di metterla sulla carta. Questa fase di preparazione dura almeno sei o sette mesi, e faccio una fatica immane a tirare giù il testo, per scrivere tre frasi ci impiego una vita! Come dire: guardo solo l’albero e non vedo più la foresta. La prima stesura grezza la leggo solo io e sono il primo lettore a spesso mi sorprendo di quello che ho scritto.
Nell’ultimo libro, l’ottavo che ancora deve uscire, ho visto che la prima versione andava bene. Tutto il procedimento è stato più veloce e anche i dialoghi erano praticamente perfetti. Non mi era mai successo!

Intervista a cura di Cecilia Lavopa e Michele Finelli