Intervista a Antonio Boggio

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Antonio Boggio è nato nel 1982, ed è cresciuto a Carloforte, nell’isola di San Pietro, a sudovest della Sardegna. Attualmente vive e lavora a Cagliari. Omicidio a Carloforte e Delitto alla Baia d’Argento, i primi due romanzi con protagonista Alvise Terranova, sono stati pubblicati da Piemme nel 2022 e nel 2023. Assassinio all’isola di San Pietro è il suo terzo romanzo, sempre pubblicato da Piemme, e noi lo abbiamo intervistato per farci raccontare qualcosa del libro.

1. Benvenuto su Contorni di noir, Antonio, grazie mille per la disponibilità. “Assassinio all’isola di San Pietro” è il terzo romanzo della serie con protagonista Alvise Terranova, un giallo coinvolgente e ricco di colpi di scena, che porterà il commissario ad indagare su un suicidio che fin da subito non lo convince. Come è nata questa storia?
A.: Grazie a voi per l’ospitalità, è sempre un piacere tornare su Contorni di noir.
La storia di Assassinio all’isola di San Pietro è nata da due esigenze interiori. La prima era il desiderio di scrivere un romanzo in cui il tema centrale fosse il tempo, inteso non solo come elemento narrativo, ma come qualcosa di più profondo, quasi esistenziale. La seconda era il bisogno di tornare alle mie radici, di fare un viaggio nella memoria familiare.
Mio nonno era un orologiaio. Aveva una piccola bottega a Carloforte, ma aveva imparato il mestiere in Svizzera, a Le Sentier, in una delle più grandi fabbriche: Jaeger-LeCoultre, un’eccellenza mondiale dell’orologeria.
Quando ero bambino, lui era già in pensione, ma aveva conservato il suo banco da lavoro e tutti gli strumenti del mestiere. Ricordo ancora la sua pazienza, il modo in cui si metteva sotto l’ombra di un ginepro d’estate, con il monocolo sull’occhio, intento a sistemare degli orologi da taschino. Ai miei occhi di bambino non stava aggiustando un orologio, ma il “tempo” stesso. Come se ogni ingranaggio toccato potesse far tornare a scorrere qualcosa che si era fermato nel passato. Un evento lontano negli anni.
Così, quando mi sono sentito pronto a scrivere questa storia, ho riaperto quei cassetti: ho ritrovato lettere, cartoline, vecchi manuali di orologeria bellissimi. È stato come immergermi in un altro tempo, e da lì è cominciato il mio viaggio – nella scrittura, ma anche dentro la memoria e la storia della mia famiglia.

2. Alvise è un personaggio davvero affascinante cui ci si affeziona subito, non solo per le sue capacità professionali che lo rendono un investigatore acuto e intelligente, ma anche per quell’emotività profonda che ne rivela il suo lato più umano ed empatico. Come hai costruito questo bellissimo protagonista?
A.: Ti ringrazio, sono felice che Alvise arrivi così al lettore, perché per me è un personaggio molto speciale.
La verità è che ho sempre amato le persone sensibili, quelle che non hanno risposte pronte per tutto, che non hanno la verità in tasca. Mi affascinano quelle figure che sembrano inadeguate a vivere nel mondo, magari brillanti nel loro lavoro, ma fragili e disorientate nella vita privata.
Quando ho cominciato a costruire Alvise, ho preso ispirazione proprio da queste persone: amici, colleghi, figure che stimo profondamente. Ho cercato di condensare in lui quel tipo di umanità fatta di dubbi, di contraddizioni, ma anche di straordinaria empatia.
Oggi Alvise, per me, è diventato molto più di un personaggio: è un filtro attraverso cui guardo il mondo.
Grazie ai suoi occhi sto imparando a riconoscere la poesia delle cose, a osservare meglio le mie stesse fragilità, a selezionare ciò che davvero conta. Scrive di lui, a volte, è un esercizio per riconciliarmi con certe parti di me.

3. L’altra grande protagonista delle tue storie è Carloforte, un posto meraviglioso dai colori e le atmosfere uniche. Qual è la Carloforte che ci descrivi e come influisce la sua straordinaria bellezza sulla costruzione dei tuoi romanzi? Ti lasci ispirare dai luoghi o hai la trama già definita nella testa e poi la adatti all’ambientazione?
A.: Quando scrivo, torno nei luoghi della mia infanzia, quelli dove ho vissuto certe emozioni per la prima volta. È una Carloforte intima, personale — la mia Carloforte da ragazzo, quella che porto dentro la testa e nel cuore.
Quella che racconto nei romanzi è una Carloforte che si lascia scoprire a poco a poco, come se si rivelasse solo quando è pronta a farsi vedere. A volte mi sembra che si mostri con pudore, con quella bellezza discreta che non ha bisogno di gridare per essere riconosciuta.
Nelle mie storie il male non appartiene alle organizzazioni criminali, ma alle persone comuni e Carloforte per questo è un’ambientazione ideale.
Detto questo, di solito parto da una trama già definita. So dove voglio andare, conosco i passaggi fondamentali della storia. Poi cerco i luoghi giusti per farla scorrere: spazi che sappiano accogliere certe atmosfere, che possano amplificare un’emozione. A volte, certo, capita che un luogo mi sorprenda e mi suggerisca un cambiamento, una deviazione narrativa. Allora lo ascolto. E lascio che sia lui a guidarmi.

4. Giunti al terzo capitolo della serie sono molti i personaggi, oltre ad Alvise, che ogni volta è un grande piacere ritrovare, un po’ come ritornare a casa dopo un lungo viaggio. Ognuno di loro ha delle caratteristiche peculiari che lo rendono indispensabile all’armonia generale della storia e l’evoluzione e la caratterizzazione di alcuni di loro è sempre interessante. Qual è fra tutti quello cui sei più affezionato e quale invece quello che ti da più filo da torcere?
A.: Ormai per me quei personaggi sono diventati quasi una seconda famiglia. Ritrovarli ogni volta è davvero come tornare a casa dopo un lungo viaggio, come dici tu.
Il personaggio cui sono forse più affezionato è Vinicio. Con lui riesco a liberare una parte di me che altrove faccio più fatica a far emergere. Vinicio ha questa capacità di tirar fuori la libertà dalle persone, anche quella più nascosta. Quando scrivo le sue scene, non sento il peso delle convenzioni sociali, posso lasciarmi andare, spingermi oltre, esplorare lati più irriverenti, autentici, a volte persino scomodi. Con lui tutto è più istintivo, più vivo.
Quello che invece mi dà più filo da torcere è Elisabetta. È un personaggio complesso, pieno di sfumature, e sento sempre la responsabilità di non semplificarla, di restituirla nella sua interezza. Ma spesso mi mette in difficoltà, mi costringe a fare i conti con dinamiche sottili, ambigue, contraddittorie. E allora, lo confesso, a volte per salvarmi passo il peso delle conseguenze ad Alvise.
È lui a doversela cavare — come sempre, del resto.

5. Un altro elemento particolarmente interessante sono i personaggi femminili, in particolare Elisabetta e, in questo episodio, anche Francesca. Donne che ci regalano pagine coinvolgenti e che ci lasciano la voglia di leggerne ancora. Quali elementi della personalità femminile hai voluto cogliere attraverso questi personaggi?
A.: Nei miei romanzi le donne rappresentano spesso la forza più misteriosa e imprevedibile della narrazione. In particolare, con personaggi come Elisabetta e Francesca, ho cercato di cogliere alcune dimensioni della sensibilità femminile che mi affascinano da sempre: la capacità di vedere oltre l’immediato, l’intelligenza emotiva, ma anche il coraggio di mostrarsi fragili — e di rimanere comunque, o forse proprio per questo, fortissime.
Ogni volta che ne scrivo, imparo qualcosa — su di loro, ma anche su me stesso.

6. C’è una frase che mi ha colpita particolarmente nel romanzo e che mi ha fatto riflettere su diversi aspetti della società contemporanea: “L’umanità è uguale dappertutto. Nei piccoli centri come nelle città. L’unica differenza è che nei paesini il controllo sociale è più sentito.” La Carloforte che ci descrivi è un posto caratterizzato da un’umanità dalle sfumature cangianti, spesso anche oscure, esempio importante della vivacità che ancora abita i piccoli centri. Quanto è importante secondo te narrare e valorizzare questo aspetto in una società come la nostra, spinta sempre di più verso una globalizzazione e un individualismo che ci fanno perdere quel prezioso senso di comunità?
A.: È una riflessione che mi sta molto a cuore. La frase che hai citato nasce proprio da un’osservazione che faccio da tempo: l’umanità funziona dappertutto allo stesso modo — con i suoi slanci, le sue paure, le sue contraddizioni. La differenza nei piccoli centri è che tutto è più esposto, più vicino, più condiviso. Il controllo sociale può essere opprimente, sì, ma allo stesso tempo può creare quel senso di comunità che altrove rischiamo di perdere.
Carloforte, con le sue luci e le sue ombre, è un esempio perfetto di questa ambivalenza. È un luogo in cui la vicinanza può essere cura o ferita.
Ma proprio in questa intensità, in queste dinamiche a volte contraddittorie, risiede qualcosa di profondamente umano. E credo che raccontare questi aspetti sia oggi più che mai necessario.
Ricordare che la bellezza delle relazioni umane sta spesso nei dettagli, nella lentezza, nello sguardo che si posa sull’altro con attenzione. Sulle vite minime.

7. Venendo a te e alla tua attività di scrittore. Come ti sei avvicinato alla scrittura e perché hai scelto proprio il genere giallo?
A.: Ti dirò una cosa che può sembrare paradossale: a volte mi sento un po’ fuori luogo nel mondo del giallo. Certo, far parte del Giallo Mondadori potrebbe far pensare il contrario, ma la verità è che vengo da un’altra formazione. Sono un lettore onnivoro, ho sempre amato i classici, la poesia, la grande narrativa americana — Faulkner, Steinbeck, per citarne due.
Eppure, il giallo mi ha sempre attratto, fin da ragazzo. Perché in fondo è un genere che contiene due romanzi: uno costruito con la precisione di un orologiaio (per stare in tema), dove ogni ingranaggio deve funzionare alla perfezione per arrivare al colpevole; e l’altro è un romanzo sull’animo umano, sulle sue contraddizioni, sulle relazioni, sulle scelte che ci definiscono.
Oggi i confini tra giallo, noir e romanzo sono sempre più sfumati — e a me questa mescolanza piace moltissimo. Perché in mezzo a quel mistero c’è spazio per raccontare l’umanità, per riflettere sulla società in cui viviamo, e per dare voce a personaggi che parlano anche delle nostre paure, dei nostri desideri, della nostra fragilità.
Forse è questo che cerco, scrivendo: unire degli ingranaggi affascinanti alla libertà del sentimento. E in fondo, se riesco a fare questo, allora quel “fuori luogo” diventa casa.

8. Dopo le prime due pubblicazioni con Piemme sei approdato al Giallo Mondadori. Come è stato per te iniziare a far parte di questa prestigiosa collana?
A.: È stato bellissimo, davvero. Ancora oggi faccio fatica a crederci del tutto. Entrare a far parte del Giallo Mondadori, una collana così prestigiosa è un onore immenso. Ma più che un punto di arrivo, per me è un punto di partenza.
Sento di avere ancora tanto da imparare, tanto da scrivere. Sono felice che la mia gavetta sia stata e sarà ancora lunga.
Ho una voglia enorme di continuare questo percorso, di far crescere Alvise — ma anche di esplorare altre storie, altri mondi narrativi e arrivare a tanti lettori.

9. Un’ultima domanda di rito in conclusione. Stai già lavorando a un nuovo romanzo della serie? Ci puoi dare qualche anticipazione?
A.: Sì, sto lavorando al mio quarto romanzo con protagonista Alvise Terranova… e anche ad altri progetti a cui tengo molto. Spero di poter presto condividere tante novità.
Posso solo dire che la prossima indagine di Alvise è quella che, finora, mi sta toccando più nel profondo. Sarà un viaggio intenso, per lui… e anche per me.

Intervista a cura di Linda Cester