
Vins Gallico è scrittore e responsabile dei Podcast Fandango, è stato editor, traduttore, ufficio stampa, libraio, docente di Lingua e letteratura italiana alle Università di Gottinga e di Brema. Esordisce nella narrativa con Portami rispetto (Rizzoli, 2010), cui fanno seguito Final Cut (2015), La barriera (2017, con Fabio Lucaferri), entrambi Fandango, A Marsiglia con Jean-Claude Izzo (Giulio Perrone, 2022) e Storia delle librerie d’Italia (Newton Compton, 2022). Con Il Dio dello Stretto (Fandango, 2023) inaugura la saga noir di Mimmo Castelli, giovane pm calabrese.
Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, Onda Calabra, pubblicata da Fandango:
1. Benvenuto su Contorni di noir. Sia “Il dio dello stretto” che “Onda calabra” sono ambientati in Calabria, a fine anni ’90. Perché hai deciso di ambientare una serie in questo luogo e in questo tempo? Come si colloca, in questo contesto delicato, un giovane PM inesperto come Mimmo Castelli?
V.: Grazie a voi per l’invito. Sono calabrese di nascita e quindi è un luogo che ricordo, al quale sono legato, e quel tempo, la seconda metà degli anni ’90, è stata una stagione di rinascita, di ottimismo, di possibilità, in una terra che era stata martoriata dalla seconda guerra di ndrangheta e depredata dalla politica. Mimmo è uno che ci crede, una brava persona che vorrebbe fare del bene alla propria comunità. Come spesso capita alle brave persone, è un illuso, e quell’illusione riguarda la propria bontà.
2. Chi è Mimmo? Vogliamo provare a tracciarne l’identikit? Se dovessi scegliere solo tre caratteristiche fondamentali, quali useresti per descriverlo?
V.: Mimmo è un idiota, un principe Myskin, si veste male, si cura poco, è un idealista. Le sue tre caratteristiche fondamentali sono ossimoriche: è un uomo intelligente, ma anche stupido, si crede integerrimo, ma è incoerente, si pensa altruista, ma è un narcisista.
3. Miriam e Mimmo sono sposati da poco e genitori del piccolo Francesco. Già da subito, dall’inizio del secondo libro, però, il loro rapporto appare conflittuale. Come si possono spiegare le dinamiche che affliggono questa coppia?
v.: Siamo negli anni 90, ancora i femminismi non ci avevano dato una svegliata a noi maschi. Quindi Mimmo esce la mattina, va in procura e torna la sera, ogni tanto porta in giro con il passeggino il piccolo Francesco. Miriam se lo tiene tutto il giorno, non ha aiuti, ed è pure sorda. Ne Il dio dello stretto è quella che vede e sente meglio di tutti, in Onda Calabra le cose cambiano un bel po’…
4. C’è un aspetto peculiare di Mimmo che, tra l’altro, lo accomuna a Miriam e lo distingue da tanti altri personaggi letterari, siano essi giudici o detective: è cattolico. Lo è dichiaratamente, quasi smaccatamente. Come mai hai scelto di attribuirgli proprio questa peculiarità?
V.: Perché mi sembrava un bel modo di metterlo sotto pressione. Pensa a uno che ha come compito quello di accusare, visto che è un PM, eppure nella sua religione c’è scritto di non puntare mai il dito contro gli altri. Pensa a un uomo che crede nella giustizia divina e in quella dello Stato e che viene deluso da entrambe… L’autore li deve un po’ torchiare i personaggi, no?
5. Mimmo non è mai stato – e in questo libro lo è meno che mai – un giudice burocrate, come vorrebbero le alte sfere della sua Procura. Come si coniuga, secondo te, il rapporto tra la giustizia delle procedure e carte e la Giustizia dei principi, dei valori e delle indagini?
V.: Ma quello è conflitto antichissimo, da Antigone in poi, passando per Kant, e per tutte le forme di dissenso. La giustizia poi è un gran casino: non solo praticamente, nelle sue lungaggini, procedure, corruzioni. Lo è proprio filosoficamente: perché può essere la madre che ti protegge dal male esterno e la matrigna che invece ti procura il male, con forme di coercizione e repressione.
6. Nella tua narrazione la Calabria è sempre, in ogni momento, protesa verso il mare: lo si può vedere costantemente da Reggio, Mimmo e gli amici lo cercano nelle loro scorribande, ci annegano pensieri, dubbi e amarezze. Che rapporto hai tu con il mare? Che peso ha nella tua vita, per la tua terra e nelle storie?
V.: Reggio è protesa sullo stretto, la Calabria ha quasi 800 chilometri di coste, eppure è spesso descritta come una regione delle montagne, dell’entroterra, della chiusura, nonostante questo rapporto intensissimo con il Mediterraneo. Il mare è quello che ho visto ogni mattina per diciotto anni affacciandomi alla finestra, un mare brutalizzato dagli abusi edilizi, come il ristorante sotto casa nostra dove sono state ammazzate diverse persone. Mi piace molto il mare, quasi fiume, quasi lago, dello Stretto, mi piace il mare in generale, sono un nuotatore decente, ma pigro, e un mediocre navigante. Non amo starci sul mare, lo preferisco da terra. Fare il marinaio non era il mio destino. Promesse da marinaio invece ne so fare…
7. Siamo gente del Mediterraneo. Per noi pensare al mare vuol inevitabilmente dire pensare all’immigrazione. Secondo te com’è cambiata l’immigrazione in Italia negli ultimi venticinque anni? Quali sono le principali differenze fra chi arrivava in Italia negli anni ’90 e chi vi arriva oggi?
V.: Onda Calabra è anche il titolo di una canzone di Peppe Voltarelli, che parla della migrazione calabrese in Germania. E nel libro c’è anche un finto articolo in cui si parla proprio di quel tipo di migrazione. Ho scritto un libro a 4 mani, con Fabio Lucaferri, che si chiama La barriera e parla di questo, dell’andare verso la Germania. A me in generale il discorso pare molto semplice. Non è colpa mia o merito mio il luogo dove sono nato, per cui devo essere libero di scegliere il mio posto del mondo. Se ho voglia o bisogno di spostarmi, devo portelo fare. Siamo una specie migrante.
8. Tutti siamo a conoscenza del fatto che tanti italiani, tra gli anni ’60 e gli anni ’90 siano emigrati. Qual era la loro situazione in Germania negli anni ’90?
V.: Tanti italiani sono emigrati anche prima, molto prima. In Germania chi arrivava dall’Italia negli anni ’90 veniva considerato affascinante se era dentro lo stereotipo. La gastronomia italiana era accettabile. Il cantante, il latin lover pure. L’operaio italiano meno, era nullafacente, poco dolente. Quando sono arrivato io nel ’99, era già un momento in cui si respirava l’Europa Unita.
9. Ambientare una storia nel ’97 non dev’essere facile, ancor meno se si ambienta parte della storia all’Estero. Hai incontrato difficoltà nel muoverti su due fronti – quello calabro e quello tedesco – in un tempo che non è il presente?
V.: Ma no, perché io ho vissuto per quasi dieci anni in Germania. Ho sfruttato i racconti, i ricordi, l’esperienza. E ho inserito delle tracce che poi si sono sviluppate nel presente. Per esempio l’AfD non sarebbe esistita oggi e non sarebbe così forte se già negli anni ’90 non ci fossero stati quei gruppi di destra radicale di cui parlo in Onda Calabra.
10. Che tipo di scrittore è Vins Gallico? Del tipo che segue l’ispirazione o di quello che prepara mille schemi e ha già la scaletta in testa prima di scrivere? A questo proposito, ci sono anticipazioni sul prossimo romanzo? Dove ci porterà la prossima storia?
V.: Molto artigianale e poco artista. Penso molto a una storia prima di scriverla, prendo appunti sui personaggi, sì, faccio anche gli schemini, anzi le mappe, le biografie, gli intrecci. E poi parto con la scrittura, in maniera rapida, quasi bulimica. Poi mi faccio massacrare dalla mia editor. La prossima storia di Mimmo sarà in montagna questa volte, fra la Sila e l’Aspromonte.
Intervista a cura di Rossella Lazzari












