John Vaillant – L’albero d’oro

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Editore Iperborea / Collana I corvi
Anno 2026
Genere True crime
320 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Luca Fusari


Costa occidentale del Canada, sull’isola principale dell’arcipelago Haida Gwaii, tra l’Oceano Pacifico e l’oceano verde boreale; in una foresta famosa, venerata dalla popolazione indigena, un uomo solitario abbatte un albero. Non un albero comune, una rarissima mutazione dagli aghi che brillano, un peccio che non dovrebbe esistere eppure è sopravvissuto per centinaia di anni. Un albero dorato che gli Haida, la popolazione indigena, chiama K’iid K’iyass.
Perché Grant Hadwin ha abbattuto l’albero d’oro è qualcosa che va indagato; in una terra di tradizioni orali, epica e tragedie la storia vera dell’incontro tra un uomo speciale e un albero speciale va preservata. C’è un mistero profondo nell’ancestrale e poi moderna interazione tra la natura e l’umano e forse l’unico modo per affrontarlo è scriverne.

Nel 1984 gli autobus turistici cominciarono a fermarsi regolarmente davanti all’albero; ne beneficiarono le attività locali, compreso il Golden Spruce Motel. Nel 1997 il rampante settore dell’ecoturismo ebbe un’ulteriore impennata grazie alla comparsa di un corvo albino, l’unico di quel genere in tutta la provincia (di solito viene ucciso o scacciato dalla sua controparte nera). Tra quello e il peccio d’oro, Port Clements dominava il mercato degli scherzi della natura del Canada Occidentale.
Entrambe le creature avevano un che di stupefacente, soprannaturale, e nei giorni di sole la luminosità del peccio d’oro non mancava mai di lasciare a bocca aperta o disorientare.

Come in un true crime lo scrittore John Vaillant indaga la storia di Grant Hadwin, gli ultimi giorni prima dell’evento, tutta la sua vita, amicizie, amori, quello che gli altri raccontano di lui. Poi in ulteriori pagine di grande potenza immersiva tratta il suo modus operandi, il momento senza tempo in cui Hadwin abbatte K’iid K’iyass, un atto di portata enorme e grande difficoltà tecnica, per cui sembra che Hadwin si sia preparato tutta la vita. Poi ancora l’intento, l’epifania sullo stato delle foreste in cui Hadwin era cresciuto, in cui aveva lavorato come boscaiolo. Alla ricerca nella storia interiore di Hadwin è impossibile non notare che qualcosa deve essere come scattato e questo qualcosa rimanda immediatamente, nonostante le enormi differenze, a un altro ecoterrorista, Theodore “Ted” Kaczynski. Il reato di Hadwin è di lieve gravità per il sistema penale ma ha le stesse frequenze perturbanti degli atti di Kaczynsky, qualcosa che riverbera e che lo scrittore affronta.

L’albero d’oro non è un semplice crime di immensa portata simbolica ambientato nella wilderness. Nella vittima, nel luogo del delitto, il mistero da esplorare attraverso la lettura è uno nel tempo, nello spazio, nel mito e nella coscienza, di individui, interi popoli e apparati. John Vaillant trascina il lettore e la lettrice attraverso la storia dei luoghi, in quelle foreste eterne, nelle strutture che permettono la vita e gli apparati che continuamente ne annichiliscono l’esistenza. La storia conoscibile degli Haida e delle ondate di pionieri, cacciatori e boscaioli che in quelle terre hanno coabitato si intreccia con quelle della fauna e della flora in pagine di nature writing bellissime alternate con altre di violenza sistemica, avidità e sopravvivenza degli umani. Andando indietro nel tempo sembra ci si avvicini alla mente disperata di Hadwin.

In questo senso non c’è molta differenza tra un taglialegna, un marine, uno studente di medicina o persino uno scrittore: perché l’autenticità della nostra esperienza sia certificata – e questo vale anche per il lettore di libri sdraiato sul divano- è necessario un sacrificio di sangue. Naturalmente, nella vita di tutti – a guardarla da vicino – ci sono enorme incoerenze, e macellai, tagliaboschi e operatori di borsa sono meno protetti rispetto a noi, che beneficiamo del loro lavoro. Sembra che per farcela in questo mondo – anche soltanto per funzionare – sia necessaria una certa tolleranza per la dissonanza morale e cognitiva.

Il romanzo è pagina dopo pagina una mostra sottile di misteri. Come ha fatto a sopravvivere l’albero d’oro per tutti questi anni, l’intento e il destino di Hadwin, come uomini e donne toccati da una sorta di comunione con la natura possano poi rientrare nel proprio fronte interiore e distruggerla. Quel grande scrittore che è John Vaillant, autore del maestoso L’età del fuoco (Iperborea, 2024) crea, nella sua indagine senza possibile assertività e senza futili conclusioni, un complesso di specchi tra gli uomini e gli alberi, tra i colonizzatori e gli indigeni, tra la mente che ammira la natura e la natura umana che spinge, a ogni livello, per l’estrazione di valore a tutti i costi dalla natura stessa, tra la cosmologia degli Haida e le ecoansie e dissonanze dei colonizzatori antichi e contemporanei. Riflessi e chiaroscuri della natura umana e della sua tragica interazione con l’ambiente formano come un altro passo consapevole verso l’enigma del cuore di tenebra del Sapiens. John Vaillant, per quello che scrive, come scrive, è un monumento nazionale vivente per il Canada. Anche in questa non fiction novel John Vaillant scrive un capolavoro ambientato nel Grande Nord e un lucidissimo viaggio profondo nella condizione antropocenica.

Antonio Vena


Lo scrittore:
John Vaillant è scrittore e giornalista canadese. I suoi reportage sono apparsi, fra gli altri, su The New Yorker, The Atlantic, National Geographic e The Guardian. Dopo aver pubblicato La tigre (Einaudi 2012), con L’età del fuoco (Iperborea 2024) si è aggiudicato il Baillie Gifford Prize ed è stato finalista al premio Pulitzer.