Intervista a Angelo Petrella

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Angelo Petrella  è nato a Napoli nel 1978. Ha scritto i romanzi Cane rabbioso (2006), Nazi Paradise (2007), La città perfetta (2008), Le api randage (2012), Pompei. L’incubo e il risveglio (2014), Operazione Levante (2017), tradotti anche all’estero. Come sceneggiatore firma soggetti e script per il cinema e la televisione. Ha pubblicato per Marsilio il romanzo “Fragile è la notte” (2018) e lo abbiamo intervistato per voi. Ecco cosa ci ha risposto:

1. Benvenuto, Angelo. Raccontaci chi sei e, soprattutto, dove vorresti arrivare.
A.: Bella domanda. So dove voglio arrivare: a raccontare storie sempre più intriganti, a raggiungere i sentimenti più profondi dei lettori. Il che vuol dire crescere e maturare come scrittore. Quanto a chi sono… quello è più complicato. Diciamo che sono un quarantenne passato attraverso tante avventure, che ritiene la letteratura una ragione di vita.

2. E’ uscito per Marsilio il tuo nuovo romanzo, “Fragile è la notte”. Com’è nata l’idea?
A.: Era un’estate torrida e avevo un’ernia del disco che mi teneva bloccato da mesi a letto, rendendomi incapace di compiere anche i movimenti più semplici. Non avevo un soldo. Il mio matrimonio stava andando a pezzi… L’unica cosa che potevo fare era starmene steso con un quadernone a righe: per fortuna un amico mi aveva regalato una Fisher Space Pen, lo stesso tipo di penna usato dagli astronauti. L’inchiostro nella carica è spinto da un gas, così puoi scrivere anche a testa in giù. Da un anno avevo il desiderio di tornare alle origini e scrivere un poliziesco puro. Ho fatto di necessità virtù. La storia mi è venuta fuori in poco più di un mese.

3. Protagonista di questa che si presenta come una nuova serie noir, è Denis Carbone. Ce ne vuoi parlare? Perché farlo così a pezzi ancora prima di conoscerlo?
A.: Denis è un uomo ossessionato dal passato: dalla nostalgia per la donna che ha perduto a causa del suo pessimo carattere, dalla bella vita d’un tempo… Beve e si strugge nel ricordo. E quando ne ha l’occasione, si getta a capofitto in un’indagine che forse gli offrirà l’unica strada per ritornare vivo e per redimersi: quella della giustizia. Ma Denis ha la grazia hemingwayana nelle avversità. Ha un’idea «virile» dell’essere uomo e sa mantenere il suo stile sia nelle vittorie che nelle sconfitte.

4. Co-protagonisti – se vogliamo chiamarli così – anche il commissario capo Lettieri e il vice-questore Tagliamonte. Due personalità forti che sono in netta contrapposizione con Denis. Ce li vuoi descrivere?
A.: Lettieri è un duro, uno di quelli che ne ha viste tante nella vita. Ma è un vero capo: sa tenere a freno Denis e sa allo stesso tempo trasgredire alle regole, qualora ne vada della vita di chi gli è accanto o della verità stessa. Nonostante i capelli bianchi, sa ancora sparare come un cecchino… Tagliamonte è invece il classico sbirro che ha fatto carriera per via «politica»¸ incastrando altri colleghi. Ma, nel venerare il suo capo come un dio, rivela di avere un animo quasi ingenuo, da bambino. Nel secondo romanzo della serie si troverà di fronte a scelte davvero laceranti…

5. Posillipo, ambientazione del romanzo, è anche il luogo dove sei nato e cresciuto fino a vent’anni. Cosa ha rappresentato per raccontare dei luoghi così vicini a te stesso? Chi ci vive ancora si riconosce?
A.: Posillipo è la terra dell’anima, per me. All’epoca in cui scrivevo Fragile è la notte, disperavo di poterci mai tornare. È il luogo dove sono custoditi i miei ricordi, le mie speranze e le mie sconfitte di adolescente. È un luogo che riverbera di ricordi e memorie. Ironia della sorte, oggi vivo a pochi metri dalla villa in cui è ambientato l’incipit del romanzo.

6. C’è un grande rispetto per il lavoro dei poliziotti. Lo scrivi spesso durante il romanzo: nessuno avrebbe mai potuto capire la vita di un pièsse. Le nottate in pattuglia, i primi arresti, le sparatorie, l’esaltazione e la depressione. La possibilità di non avere una vita privata. Lo hai scritto in funzione della storia o volevi comunque che passasse come messaggio?
A.: Tutto nasce in funzione del romanzo. Ma essere un poliziotto è in qualche modo simile ad essere uno scrittore. Entrambi cercano qualcosa di inafferrabile, inseguono la verità e sanno di essere soli. Vivono e coltivano la bellezza per gli altri, con il coltello tra i denti, lo stomaco sempre in subbuglio.

7. Non c’è molto spazio per le donne, in questo romanzo: una è la morta, Ester Fornario. Laura è la sua ex compagna e Teresa rimane relegata all’angolo. Come mai questa scelta?
A.: In realtà Teresa gioca un ruolo fondamentale. È l’amante che «ama»¸ anche se questa parola non viene mai pronunciata. Mette a rischio lavoro ed esistenza per Denis. Si lascia usare nelle sue notti alcoliche e spera un giorno di poter fare breccia. Ma Denis è ossessionato da Laura e, forse, anche dalla defunta Ester Fornario. Nel noir classico le donne in genere sono dark ladies o femmes fatales. Ma nella serie ci sarà molto spazio per vedere le donne, queste donne, cambiare…

8. In uno dei tuoi romanzi precedenti, “La città perfetta”, parlavi dei Quartieri Spagnoli e delle lotte dei clan, di servizi segreti, di terrorismo.
A.: Parlavo di come a Napoli si cresca in fretta e la propria vita venga dirottata da miti, ambizioni e scelte spesso dettate da altri. Ma ne Le api randage scrivevo già di Posillipo e dello sfascio esistenziale tra padri e figli, entrambi incapaci di riconoscersi a vicenda e di formare una famiglia.

9. Ti faccio una domanda che ho fatto anche ai tuoi colleghi scrittori partenopei: Napoli è capace di “sfornare” autori come Maurizio De Giovanni, Patrizia Rinaldi, Massimo Siviero, Letizia Vicidomini, Stefano Piedimonte e tanti altri. E’ la città che ispira le vostre storie o sono le storie che vivono con essa?
A.: Napoli è la mia casa, i suoi luoghi sono prolungamenti del mio sentire. Fossi nato altrove, forse scriverei altri tipi di storie… Ma scriverei comunque. Sento di essere fortunato: sono sia scrittore che napoletano.

10. Trovo una certa “contaminazione” al thriller adrenalinico tutta azione – nella parte finale – che sembra quasi distaccarsi dal resto del romanzo e che dà un…colpo di coda alla storia. Cosa ne pensi?
A.: Sì, l’azione per me è importante. Raccontare una storia significa appassionare e premiare il lettore. Un poliziesco deve saper dosare bene tutti gli elementi. Come scrittore, ovviamente, la resa dei conti è il momento che mi appassiona di più: ma alcune domande restano comunque irrisolte in Fragile è la notte. Era inevitabile che la storia dovesse continuare.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa