Intervista a Claudio Coletta

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Claudio Coletta è cardiologo e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. È stato membro della giuria internazionale del Rome Film Fest nel 2007. I suoi romanzi precedenti, pubblicati tutti con Sellerio, sono Viale del Policlinico (Premio Azzeccagarbugli opera prima 2011), Amstel blues (2014), Il manoscritto di Dante (2016) e Prima della neve (2019).

Da poco in libreria, “Il taglio dell’angelo” è stato pubblicato da Fazi Editore e lo abbiamo incontrato per farci raccontare qualcosa di più.


1. Benvenuto su Contorni di noir e grazie per la tua disponibilità. Iniziamo con una domanda di rito. Da quale spunto è nata l’idea attorno alla quale si è sviluppato il romanzo?
C.: Avevo in mente di scrivere una storia a sfondo sociale, che prendesse spunto dalle problematiche concernenti il problema dell’immigrazione clandestina, e al tempo stesso un medical thriller. Ovviamente non era facile, finché un giorno ho trovato una notizia incredibile sulla pagina degli esteri di un grande quotidiano e ho capito che poteva essere la storia ideale per me. Chi ha letto il romanzo capirà a cosa mi riferisco.

2. Il protagonista è un medico, Lorenzo Baroldi, che si trova ad “indagare” su delle morti sospette nell’ambito dei migranti. Sapresti descriverne pregi e difetti per chi non ha ancora letto il romanzo?
C.: Lorenzo è un medico all’antica, che prova a prendersi cura dei propri pazienti nella loro integrità umana, e non dei loro organi ammalati, ed è un uomo fondamentalmente malinconico pur avendo avuto moltissimo dalla vita, per esempio una bella famiglia che ama e da cui è riamato. Sa anche essere ironico, quando serve, come tutte le persone intelligenti, e ovviamente è anche pieno di difetti, lascio al lettore scoprire quali.

3. Il libro è ambientato per la maggior parte a Roma. Quali sono i lati in luce e quelli in ombra di questa città il cui fascino attraversa indenne i secoli?
C.: Nel romanzo ho cercato di descrivere come Roma sia cambiata attraverso gli occhi di Nario Domenicucci, il co-protagonista della mia storia. Come riferimento ho usato il mio primo romanzo, “Viale del Policlinico”, dove descrivo la Roma del 1974, profondamente diversa dall’attuale. Difficile dire se in meglio o in peggio, è questo che pensa Nario osservandola dal finestrino dell’auto, certo cambiata, quasi irriconoscibile per chi, come lui, vi torna dopo decenni.

4. Si parla di immigrazione e di integrazione. Delle condizioni in cui queste persone vivono. Secondo te cosa si potrebbe fare per migliorare questa situazione?
C.: Semplicemente trattare i richiedenti asilo come esseri umani e potenziali risorse per il nostro paese, ricordando che i migranti eravamo noi, fino a pochi decenni fa. Consiglio la visione di “Pane e Cioccolata”, magnifico film di Franco Brusati, per averne una dimostrazione. E’ una storia di metà degli anni settanta, si badi bene, non di un secolo fa.

5. Si parla di amicizia. Della sua capacità di resistere al logorio del tempo. Quali sono, secondo te, i segreti che permettono di mantenere così saldo questo sentimento?
C.: Non ne ho, e non credo che ce ne siano. Nel mio penultimo romanzo, “Prima della Neve”, racconto esattamente la morte di un’amicizia maschile, conseguente al peggiore dei tradimenti. Ecco, forse basterebbe limitarsi a non tradirla, un’amicizia vera, perché possa sopravvivere a noi stessi.

6. Claudio, parliamo del tuo modo di scrivere. Da cosa scaturisce il tuo stile, dalle letture della tura vita, da una ricerca personale, dal tuo istinto di autore e basta?C.: Sono un vorace lettore, lo sono sempre stato, e non capisco chi smette di leggere, mentre sta scrivendo un romanzo. Io non ne sarei capace, è come se avessi fisicamente bisogno di staccarmi dalla storia che racconto e di farmi stupire da qualcun altro. Credo che il mio stile rifletta tutto questo, soprattutto la spasmodica ricerca di semplicità e scarnezza che lo contraddistingue, e il rispetto per chi leggerà i miei libri. Questo romanzo è stato scritto in tre mesi, ma la revisione ha richiesto ben oltre un anno di lavoro a tempo pieno, snervante. Spero che si avverta, leggendolo.

7. E per il genere, poiché quasi tutti i tuoi romanzi hanno un filone che li lega, ti definiresti uno scrittore di thriller?
C.: Direi di no. L’unico vero thriller che ho scritto è “Viale del Policlinico”, ne ha le cadenze e ricorda in qualche modo lo stile di “Io Uccido”, del compianto Giorgio Faletti. Gli altri sono dei noir con una spiccata vena ironico-malinconica, fra l’altro ambientati a Parigi e Amsterdam, mentre “Prima della Neve” è un romanzo “mainstream”, che racconta di un’amicizia giovanile e della tragedia di una generazione vittima dell’eroina e responsabile degli anni di piombo. Anche il prossimo libro, che uscirà in autunno con Sellerio, racconta una vicenda familiare, niente a che fare quindi con un thriller.

8. C’è qualcuno dei personaggi di “Il taglio dell’angelo” che faresti ritornare in qualche altro tuo lavoro e se sì quale?
C.: Ovviamente Nario Domenicucci, è lui il fil rouge che ha unito la maggior parte delle mie storie, e Lorenzo Baroldi, se deciderò di continuare a scrivere dei thriller di ambientazione medica, come questo.

9. Hai mai pensato di scrivere qualcosa di completamente diverso, tipo un romanzo storico o un romanzo sociale?
C.: Non so se sarebbe nelle mie corde, sinceramente, ma è un problema secondario. Il fatto è che non sono io a decidere quale storia raccontare, è la storia che cerca me, come ho già avuto modo di spiegare. Non mi sento di escludere che un giorno possa accadere, semplicemente questo.

10. Ce l’hai un posto del cuore dove di solito ti metti a scrivere o semplicemente a riordinare le idee?
C.: Ho scritto ovunque, in camera da letto mentre mia moglie dormiva e in ospedale durante i turni di guardia notturna (di giorno non c’è tempo), così come in albergo durante le presentazioni. Da qualche anno ho uno studio e una buona scrivania con tanto verde oltre la finestra e il mio balcone fiorito. Tendo a essere sempre più stanziale, col passare del tempo e dei libri, ma non ho rimpianti, a qualcosa bisogna pure saper rinunciare.

Intervista a cura di Federica Politi e Antonia Del Sambro, “Due nel mirino”