Intervista a Giovanni Ricciardi

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Giovanni Ricciardi è professore di greco e latino in un liceo di Roma. Il personaggio da lui creato, il commissario Ottavio Ponzetti, è protagonista di una fortunata serie di romanzi tra cui I gatti lo sapranno, vincitore del premio Belgioioso Giallo 2008; Il silenzio degli occhi, finalista al premio Fenice Europa 2012; Il dono delle lacrime, candidato al premio Scerbanenco 2014. Il penultimo episodio della serie è L’undicesima ora, del 2017. Una raccolta con le prime tre indagini del commissario Ponzetti è uscita nel 2012; un’altra, con altre tre, nel 2015; la terza, con le ultime due, nel 2018.

1.Bentrovato su Contorni di Noir e grazie per la disponibilità. La vendetta di Oreste è il nono caso del commissario Ponzetti, ma dove e come nacque l’idea che diede vita a questo personaggio?
G.: Nacque dalla lettura del Pasticciaccio di Gadda, il capolavoro del creatore del commissario Ciccio Ingravallo, ambientato nel quartiere Esquilino degli anni Trenta, una zona allora alto borghese e ricercata. Mi venne in mente di creare un nuovo personaggio, che come Ingravallo, camminasse però per l’Esquilino di oggi, completamente trasformato, una delle zone più multietniche della Capitale. Poi il personaggio si è evoluto.

2. Questo noir è un’opera che ci porta però anche a confrontarci con un passato duro e importante, l’esodo istriano: cosa ti ha portato a scegliere di raccontare questa storia?
G.: In questi anni sono stato spesso invitato a presentare i miei libri nel quartiere Giuliano-Dalmata di Roma. Non sapevo quasi nulla della storia di questi “immigrati” italiani venuti a Roma subito dopo la guerra. E da questa curiosità è nato un desiderio di approfondire la questione.

3. Si parla di famiglia; la famiglia di Oreste e i suoi segreti ma anche la famiglia di Ottavio che per composizione e dinamiche potrebbe essere la famiglia di noi tutti: quanto ti ispiri ai tuoi familiari, ai tuoi amici o conoscenti per la composizione dei tuoi personaggi?
G.: Ovviamente m’ispiro a tante persone, giovani e meno giovani, che ho conosciuto nel mio ambiente familiare, ma anche a motivo del mio mestiere d’insegnante. La famiglia di Ponzetti però ha caratteristiche proprie, e il riferimento a fatti o persone che conosco realmente sempre trasfigurato dalla fantasia e dalle esigenze della storia.

4. Le descrizioni di Roma, specialmente l’ambientazione nel villaggio Giuliano-Dalmata, fanno sì che anche il lettore non romano si possa ben ambientare tra le pagine del libro e conoscere la città: quanto di quel sapore di passato, di esodo, è ancora presente in questa zona romana?
G.: Il quartiere conserva ancora una buona percentuale di persone che vennero ad abitarlo nel 1947, tra cui alcuni anziani che vi migrarono proprio dall’Istria. E’ quasi una enclave, tranquilla e silenziosa, in cui la memoria del passato non viene sbandierata, ma è ancora viva e presente, nei dialetti che si sentono ancora pronunciare, nei nomi delle vie, nei monumenti, nelle stesse vetrate della parrocchia.

5. Mi ha profondamente colpita la ricostruzione storica presente in questo noir: che lavoro di documentazione c’è alle spalle?
G.: Sono partito da un paio di monografie storiche dedicate al dramma dell’Istria e all’esodo di questa popolazione. Ho letto poi dei memoriali, come il bellissimo Bora di Nelida Milani e Anna Maria Mori, recentemente ripubblicato da Marsilio, oltre a testimonianze di esuli che mi hanno raccontato o scritto dettagli della loro personale vicenda.

6. Si parla non solo dell’esodo ma anche della tirannia di Tito e delle Foibe, argomenti che ancora oggi vengono poco discussi a mio avviso: che responsabilità sente di avere uno scrittore nei confronti della storia?
G.: Credo che sia uno dei compiti fondamentali della scrittura, e in particolare del romanzo, contribuire a dare voce alla memoria storica, soprattutto a quelle memorie dei “vinti” della storia che meno di altri hanno avuto diritto a ricordare i loro drammi. Il mio è un giallo, in questo caso, atipico, che ha anche un po’ le tinte di un romanzo storico.

7. L’indagine, che si snoda in un passato non facile da ricostruire, vede anche protagonista una delle figlie del commissario, personaggio che a mio avviso potrebbe diventare ancora più importante: sono previste nuove indagini in futuro?
G.: In dodici anni sono arrivato a pubblicare nove episodi della serie del commissario Ponzetti. Ma ogni volta che concludo un lavoro ho l’impressione che sia l’ultima. E ogni volta, dopo qualche tempo, mi visita una nuova idea che finisco per catturare e sviluppare, fino a darle una forma più o meno definitiva. Spero che sia così anche in futuro.

8. Ho apprezzato molto la ricostruzione storica e il ritmo dato all’indagine, capitoli brevi e capaci di portare il lettore a voler conoscere sempre di più arrivando fino al termine dell’opera in breve tempo, ma quanto si pensa alla reazione del lettore mentre si stanno scrivendo queste pagine?
G.: Si cerca di dosare il ritmo del racconto per non far perdere interesse in chi legge, creando quella sospensione che suscita il desiderio di andare avanti. Non credo ai libri troppo lunghi, a meno che non si tratti di grandi classici che valga comunque la pena di affrontare. I miei tempi di scrittura si conciliano bene con i capitoli brevi. Poi, però, la reazione del lettore è sempre qualcosa d’imprevedibile, perché la lettura non è un’attività passiva. Chi legge trova cose a cui lo scrittore non ha pensato. E da qui nascono i giudizi a volte del tutto opposti che i lettori possono dare sul medesimo libro. Basta vedere le recensioni che girano in rete: si va dall’entusiasmo puro alla delusione assoluta. Perciò per uno scrittore è meglio rimanere se stesso e non ammiccare troppo a un ipotetico pubblico.

Intervista a cura di Adriana Pasetto