Intervista a Bruno Morchio

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ph. Gianni Ansaldi

 


Bruno Morchio vive a Genova, dove lavora come psicologo e psicoterapeuta; ha pubblicato articoli su riviste di letteratura, psicologia e psicoanalisi. Il suo romanzo Il profumo delle bugie è stato Premio Selezione Bancarella 2013. È autore di altri undici libri che hanno per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano.

Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo “Nel tempo sbagliato”, sempre per Garzanti Editore e queste le sue risposte:

1. Bentornato su Contorni di noir e grazie per la tua gentilezza e disponibilità. Com’è nata l’idea attraverso la quale si è sviluppato il tuo nuovo romanzo con protagonista Bacci Pagano “Nel tempo sbagliato”, da poco in libreria per Garzanti?
B.: Quando Massimo Carlotto ha lanciato la sfida affermando che in Italia si pubblica una pletora di romanzi polizieschi, noir, thriller, ecc., ma che proprio questa ricchezza richiederebbe agli autori uno sforzo di originalità, un’opera di innovazione, gli ho risposto che la prima cosa da fare è tornare a studiare i classici. E lui mi ha dato ragione. Innovare non significa solo escogitare nuove idiosincrasie del protagonista (gusti sessuali e gastronomici, tic, manie, interessi, tormenti e conflitti esistenziali) o nuove location suggestive, ma compiere un’operazione più complessa e radicale: lavorare sulla scrittura e sulla struttura del genere. È quello che hanno fatto i nostri maestri. Hammett e Chandler rovesciando il paradigma del giallo classico, Dürrenmatt con La promessa, Vázquez Montalbán ne Gli uccelli di Bangkok, Izzo nella trilogia marsigliese, Mankell nei suoi romanzi polizieschi e Camilleri col suo Montalbano hanno prodotto non ingegnose trovate, ma profonde rivoluzioni letterarie che hanno rivitalizzato il genere. Si parva licet, questa sarebbe la mia ambizione. Lavorare sulla scrittura e sulla struttura del romanzo giallo. Siccome una delle note cruciali della trama noir rimane l’indagine, intesa come ricerca della verità (nei casi più fortunati combinata con la giustizia) il mio interesse si appunta sul significato e sull’uso narrativo della verità. Cosa spinge il detective (chiunque egli sia) a indagare? e quale uso fa il narratore della verità, ammesso che essa sia raggiungibile? Sul piano narrativo queste domande ingenerano una quantità di paradossi. Negli ultimi romanzi ho cercato di esplorarne alcuni: in Voci nel silenzio alla fine del romanzo Bacci Pagano decide di tenere per sé la dolorosa verità che ha scoperto; in questo Nel tempo sbagliato, per svariate ragioni, addirittura si tiene lontano dalla soluzione, rifiutandosi di vederla, e sarà la sua fidanzata a spingerlo a uscire dalla paralisi (e dalla irresistibile arte della fuga).
Quanto alla scrittura, è un tema ostico che ha a che fare con lo stile personale di ciascun autore, ma non c’è dubbio che un limite della attuale narrativa noir è l’omologazione “editoriale” della scrittura, un rischio di appiattimento che non fa un buon servizio ai lettori.

2. Il titolo diventa un po’ l’emblema di tutta la narrazione, qui forse molto di più che in altri romanzi. Qual è il tempo sbagliato per Bacci Pagano e quale il tempo sbagliato per Bruno Morchio?
B.: Per entrambi la trasformazione della città industriale in una vetrina per i turisti, il dissolversi dei legami politici, civili e umani che la grande fabbrica compendiava in quanto struttura centrale della società, lo spostarsi del baricentro culturale dalla produzione e dal lavoro al consumo. Questo passaggio non ingenera tanto nostalgia quanto paura: paura del futuro, della mancanza di un baricentro (“un centro di gravità permanente”), della vecchiaia e della morte.

3. Il romanzo è ambientato nel 1994, quando si viveva, non dico con paura, ma con incertezza la fine di un millennio. Ora che nel nuovo ci siamo già da venti anni come guardi indietro a quegli anni e in cosa le previsioni del futuro trovi che fossero quelle giuste e quali quelle sbagliate?
B.: È facile prevedere il futuro quando questo è ormai diventato passato. E tuttavia già allora le tendenze di fondo erano lì, sotto i nostri occhi. La svolta diventò chiara nel 2001, proprio a Genova, con gli scontri del G8 e la macelleria che li contraddistinse ad opera di uno Stato che in quei tre giorni sembrò impazzire, facendo tabula rasa della Costituzione e della democrazia. Alla società inclusiva prodotta dalle lotte degli anni Sessanta e Settanta si andava sostituendo un nuovo Ancien régime, non quello del blasone, ma quello cinico e spietato della finanza globale.

4. Siamo al 14esimo romanzo con protagonista Bacci. In cosa è cambiato e in cosa è rimasto uguale dopo tutto questo tempo e attraverso così tante storie?
B.: Uguale è rimasta la sua determinazione a praticare uno sporco lavoro come l’investigatore privato non senza sporcarsi (il che sarebbe impossibile), ma sforzandosi − al limite della resistenza fisica e psichica che un ultrasessantenne può sopportare – di mettere in atto una moralità pragmatica, disincantata ma non cinica (il noir è l’ultima forma di letteratura morale del Novecento, affermava Manchette), cercando di districarsi nel groviglio costituito dalle richieste spesso ambigue e ingannevoli dei clienti, dai dettami della deontologia professionale e dalla scarsa corrispondenza tra la legge e l’etica. Cambiato è il suo modo di occupare la scena. Dopo l’alfabetizzazione sentimentale acquisita con la scoperta della propria storia familiare (in Rossoamaro) il protagonismo e il vitalismo dei primi romanzi hanno lasciato il posto a una posizione più defilata, consapevole, di testimone del proprio tempo che si rapporta alla umanità sofferente che incontra con un atteggiamento riflessivo, senza perdere la consueta franca e diretta ruvidezza, ma insieme con grande rispetto per gli altri.

5. Parliamo di personaggi femminili, in questo libro Myra, la giovane donna che scompare lasciando interrogativi dietro di sé che noi arriviamo a conoscere molto bene attraverso le parole di chi l’ha conosciuta. Ma quali sono altri personaggi femminili che hai creato in questi anni nei tuoi romanzi che più ti sono rimasti impressi e perché?
B.: Sì, il romanzo è molto “montalbaniano”, la costruzione della personalità di Myra avviene per via indiretta, grazie alle parole di chi ha avuto a che fare con lei, e l’esito di tale operazione è il crescere di una figura quasi mitica, dotata d’un potere di fascinazione che finirà per paralizzare anche Pagano (del resto la fotografia della ragazza ci dice che assomiglia “come una goccia d’acqua” a un mito erotico del giovane Bacci, la cantante francese Sylvie Vartan). Le donne dei miei romanzi sono diverse tra loro, ora belle e sofferenti (la prostituta Jasmìne, Julia Rodriguez in Macaia, Carolina ne Le cose che non ti ho detto), impetuose, affascinanti e devastate (l’Alma di Una storia da carruggi, Tilde in Rossoamaro, Adriana di Uno sporco lavoro), determinate e intelligenti (Mara, la colf nubiana Zainab, Ute di Colpi di coda e l’ultima fidanzata di Bacci, Giulia Corsini), talvolta vittime che si trasformano in perfide carnefici (Martine Ganci in Con la morte non si tratta); ho sempre cercato di delineare personaggi verosimili con una loro profondità psicologica, evitando i cliché canonici della dark lady e dell’agnello sacrificale. In realtà non saprei scegliere: le amo tutte in egual misura, perché non c’è dubbio che nella relazione con queste donne il detective ritrova e riscatta se stesso.

6. Le città di mare hanno sempre il potere di ispirare i loro “figli”, gli artisti, gli scrittori, i cantanti che nascono in un posto di mare hanno sempre una o più storie da raccontare, anche a te succede questo?
B.: Per un autore di noir mediterraneo è sicuramente così: in definitiva il mare e la denuncia sociale sono le due cose che accomunano gli scrittori ascritti a questo genere letterario. A mio modo di vedere non c’è altro che ne definisca l’essenza. Le città portuali sono crocevia di destini e questo le rende feconde per la letteratura. Questo vale anche per Genova, nonostante l’invecchiamento demografico, la marginalizzazione economica e il declino culturale che la affliggono. La mia città non vanta la vitalità di Napoli e di Palermo, ma resta pur sempre il porto più importante del Paese.

7. C’è un passato temporale in questo tuo ultimo romanzo che segna anche un nuovo ritmo narrativo in confronto ai precedenti romanzi della serie. È tutto voluto o ti è venuto semplicemente così a mano a mano che scrivevi la storia?
B.: Le cose migliori che scrivo (se mai i lettori trovano qualcosa di buono nei miei romanzi) non sono mai programmate a tavolino. Anche la premessa che ho fatto sul noir nasce da una necessità che ha preso corpo nel vivo della scrittura e non da una esigenza astratta; il bisogno di innovare nasce, prima che da un esame del mercato e delle sue sollecitazioni, dal rifiuto di annoiarmi quando scrivo. In questo modo anche la serialità diventa irrilevante: scrivere di Bacci Pagano, di Blondi-Ramona o del dottor Luzi è la stessa cosa.

8. Se dovessi scegliere una sola frase di “Nel tempo sbagliato” quale sceglieresti e perché?
B.: “La via dell’inferno non è lastricata di buone intenzioni più di quanto lo sia dei cattivi desideri che non abbiamo saputo o voluto riconoscere”.

9. Bruno, ora che fai, ti riposi un attimo e ti godi le imminenti feste o ti metti subito a scrivere una nuova storia?
B.: Ho inventato un nuovo investigatore privato molto diverso da Bacci Pagano: un’altra generazione, tutt’altra mentalità e tutt’altra condizione esistenziale. Eppure anche lui si racconta in prima persona. Il primo romanzo è già scritto e dovrebbe uscire con Mondadori l’anno prossimo. Mi convince al punto che da gennaio ricomincerò a lavorare a una seconda indagine che lo vede protagonista. Mi auguro che anche i lettori lo ameranno come è successo con Bacci Pagano.

Intervista a cura di Federica Politi e Antonia Del Sambro, “Due nel mirino”