Anteprima: Intervista a Victor del Arbol

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Victor del Arbol, nato a Barcellona nel 1968, ha lavorato per vent’anni nella Policia de la Generalitat de Catalunya. Ha esordito nel 2006 con El peso de los muertos, con cui ha vinto il Premio Tiflos de Novela. Tradotto internazionalmente, ha incontrato uno straordinario successo in Francia, dove i suoi romanzi sono pubblicati da Actes Sud e dove ha vinto il Prix du Polar Européen con La tristeza del samurái (2012), il Grand Prix de Littérature Policière (2015) e il Premio SNCF du Polar (2018) con Un millón de gotas, e nel 2018 è stato insignito del titolo di Chevalier des Arts et des Lettres. Nel 2016 ha vinto in Spagna il prestigioso Premio Nadal de novela con La víspera de casi todo. Dell’autore, Elliot ha pubblicato nel 2022 Il figlio del padre, vincitore a Valladolid, Spagna, della prima edizione del Premio Blacklladolid.

Oggi, 6 febbraio 2024, è uscito il suo nuovo romanzo, pubblicato sempre da Elliot nella Collana Scatti con la traduzione di Pierpaolo Marchetti, intitolato Nessuno su questa terra, recensito in anteprima su questo blog a cura di Giorgio Ballario. Sempre di Giorgio Ballario è l’intervista realizzata in occasione dell’uscita del libro.

1. Sei stato poliziotto per vent’anni, l’ispirazione per le tue storie noir deriva da lì, oppure dalla cronaca di tv e giornali, dal cinema, dalla letteratura?
V.: Fare il poliziotto per così tanto tempo ti dà una visione molto particolare della vita, della condizione umana e del funzionamento della macchina del potere. E tutto ciò mi ha aiutato a dare forma a molti dei miei personaggi e alle mie trame, che spesso sono ispirate alla realtà.

2. In Il padre del figlio il protagonista tornava dopo molti anni nel villaggio d’origine della famiglia in Estremadura, mentre in Nessuno su questa terra il personaggio principale, l’ispettore Leal, torna dopo 30 anni nel paese della Galizia da cui proviene. In entrambi i casi il ritorno non è felice. C’è qualcosa di autobiografico in questo?
V.: Sebbene non viviamo più nel passato, il passato vive in noi. Ritornare alle nostre radici può significare anche ritornare a vecchie ferite non rimarginate. La famiglia e l’infanzia sono il territorio in cui chiunque colloca i propri ricordi più belli. Nel mio caso non è stato così, e suppongo sia per questo che l’infanzia dei miei protagonisti è solitamente piena di dolore. Come direbbe Julián Leal, il protagonista di Nessuno su questa terra, a volte cercando la terra delle nostre radici troviamo solo ciò che vi abbiamo seppellito molto tempo fa.

3. In “Nessuno su questa terra” il tema forte è la pedofilia, in questo caso l’abuso di bambini poveri da parte di potenti. Perché hai scelto un argomento così spinoso?
V.: Credo che strappare l’infanzia a un bambino sia il peggior crimine che un adulto possa commettere. Togliendogli l’innocenza gli viene tolto anche il futuro. E riuscire a ricostruire te stesso dopo essere stato distrutto da bambino è la cosa più eroica che abbia mai visto. Ma per raggiungere questo obiettivo avrai bisogno di aiuto, di fidarti nuovamente degli altri, di ricostruire le tue emozioni, l’amore, la lealtà… È un percorso molto difficile.

4. I tuoi ultimi due romanzi tradotti in Italia sono thriller noir molto sofisticati, con una trama complessa, molti personaggi ben delineati da un punto di vista psicologico e una scrittura di qualità, la definirei letteraria. Quali sono i tuoi modelli di riferimento, spagnoli e internazionali?
V.: Mi sono sempre piaciuti gli scrittori che sanno commuovermi partendo dalla verità, coloro che cercano nei labirinti dell’anima, la scuole russa dell’Ottocento e della prima metà del Novecento con Dostoieskij al timone e Anna Adjmatova. La forza di Stefan Sweig, Herman Hess o degli americani tra le due guerre come Faulkner e Steinbeck. Francesi come Albert Camus o Duras, ispanoamericani come Gabriel García Márquez, Alejo Carpentier o Miguel Ángel Asturias. E per quanto riguarda gli spagnoli, due sono i miei riferimenti indiscutibili: Miguel Delibes e Jorge Semprún.

5. Come sei passato dal ruolo di poliziotto a quello di scrittore, che ormai svolgi a tempo pieno?
V.: Scrivo da molto prima di diventare un agente di polizia. Per me è sempre stata una passione, sono riuscito anche a unire entrambe le attività per qualche anno. Alla fine, dopo 20 anni di servizio nella Polizia, ho deciso che era giunto il momento di dare una possibilità ai miei sogni. Sono passati dodici anni da quando ho deciso di appendere la divisa al chiodo, cosa che non è stata affatto facile, né per me né per chi mi circondava, ma non me ne pento. Dobbiamo vivere quante più vite possibile e affrontare le sfide mi entusiasma.

6. Il romanzo poliziesco vive una stagione di grande successo in Spagna, ma anche in Italia e in gran parte del mondo. Perché a tuo parere?
V.: Perché è una sorta di radiografia di una realtà complessa, di un sistema sociale che sta cambiando molto velocemente, dove il cittadino medio non riesce a trovare un modo per esprimere la propria frustrazione. Un certo tipo di romanzo poliziesco (quello che mi piace) ti aiuta a capire che non sei solo e, soprattutto, che esiste una soluzione. Inoltre contano anche il ritmo frenetico, la complessa passione dei personaggi e una certa morbosa curiosità di scrutare l’abisso dalla tranquillità del proprio del divano.

7. Non c’è il rischio che il poliziesco continui a ripetere se stesso, cioè non sia in grado di innovarsi?
V.: Secondo me il romanzo poliziesco sopravvivrà se non rinuncia alla letteratura e ai suoi valori artistici di fondo. È un genere olistico, che esonda i margini e che si arricchisce con contributi di altri generi (romanzo storico, intimo, psicologico…) ma se continua la tendenza a voler scrivere solo best-seller o sceneggiature per film e televisione, ogni libro finirà per sembrare troppo simile agli altri e perderà quella ricchezza. A mio avviso il noir deve continuare ad essere ciò che è ogni buona opera letteraria: una volontà filosofica (cioè sollevare seri interrogativi sulla realtà del XXI secolo), un’aspirazione estetica (l’amore per il linguaggio narrativo come evoluzione culturale) e un impegno etico, così come Gramsci proponeva, vale a dire strumento di cambiamento e rafforzamento dei valori universali. E questo senza però confonderci con la letteratura di propaganda, né con gli scrittori che salgono in cattedra a vendere le loro verità.

8. Hai scritto dieci romanzi, vendi bene e hai ottenuto anche molti premi internazionali. Insomma, a 55 anni sei uno scrittore realizzato: quali sono i tuoi prossimi obiettivi, le prossime sfide?
V.: Ho appena pubblicato una raccolta di poesie in Spagna e ora sto lavorando a un saggio sulla letteratura contemporanea. La mia idea è di continuare a crescere, di affinare la mia voce e farla conoscere sempre di più, di provare a fare il passo da buon romanziere a grande scrittore. Un impegno che non finisce mai.

9. Conosci il poliziesco italiano? Chi ti piace?
V.: Ho il privilegio di avere un rapporto personale con Maurizio de Giovanni, un uomo generoso come non mai. Prima di conoscerlo mi piaceva già il suo commissario Ricciardi e quella sua capacità di unire la mitologia napoletana con la Storia e il punto di vista investigativo. Ho letto Carlotto, Camilleri ovviamente, Sergio Martino e ai suoi tempi Lucio Fulci. Troppo poco per poter dare un giudizio onesto, ma sufficiente per essermi fatto l’idea che agli autori italiani piacciono i problemi legati al loro territorio, che in loro c’è una visione dantesca e che, purtroppo, anche a loro tocca vivere in un’epoca difficile. Ma ripeto, è un’impressione molto superficiale.

10. In un mondo dove si legge troppo poco, la grande differenza di popolarità per un autore la fanno il cinema e le serie tv: ne vedremo qualcuna tratta dai tuoi romanzi?
V.: Spero di sì, un giorno o l’altro. Il problema è trovare qualcuno che abbia la volontà di coniugare la narrativa audiovisiva con il senso e lo stile dei miei romanzi. Forse la difficoltà sta proprio lì, che i miei romanzi non nascono per essere facilmente adattati in sceneggiature. Ma non perdo la speranza, dovessi mettermi io stesso a scrivere la sceneggiatura.

Intervista a cura di Giorgio Ballario di Latin Noir